Istanbul, l’attentatore entrato come rifugiato

di Fiammetta Cupellaro wROMA Il 5 gennaio Nabil Fadli si è messo in fila all'ufficio immigrazione di Istanbul assieme ad altri quattro giovani mediorientali. In un video che lo ritrae davanti lo sportello, appare tranquillo. Un ragazzo qualunque. Giubbotto e berretto di lana calato sulla testa. Non era ricercato, il suo nome non compariva in nessuna "black list" di sospetti jihadisti. Si è fatto prendere le impronte digitali, ha compilato i moduli, parlato con gli operatori e se n' è andato. Originario saudita, ma residente in Siria, il ventottenne quel giorno ha presentato richiesta di asilo politico in Turchia. Sette giorni dopo si è imbottito di tritolo e si è fatto esplodere in piazza Sultanahmet uccidendo 10 persone e ferendone altri 15, di cui due sono in condizioni disperate. Le vittime sono tedesche così come la maggior parte dei feriti. Erano turisti che si stavano godendo una visita nel centro storico di Istanbul. L'ultima cosa che hanno visto prima di morire è stato l'obelisco di Teodosio sotto il quale il kamikaze ha azionato il detonatore. Ma chi era Nabil Fadli? Il governo di Ankara lascia trapelare poche notizie sull'autore della strage e sui suoi legami con l'Is. Si sa soltanto che era entrato da poco in Turchia dalla Siria e che è nato in Arabia Saudita. A causa delle censura imposta dal presidente Recep Tayyip Erdogan ai media, sono poche anche le notizie sulle indagini. L'unico particolare a cui è stato dato rilievo è l'arresto di tre cittadini russi, accusati di "aver fornito supporto logistico ai jihadisti". Non è chiaro però se hanno avuto un ruolo anche nella preparazione dell'attacco. Ma le persone arrestate ieri in Turchia perché sospettate di legami con l'Is sono una settantina. Solo cinque quelle collegate direttamente ai fatti di piazza Sultanahmet. Tra loro, una donna. Ma poco si conosce anche delle 10 vittime tedesche. Partiti per un tour che prevedeva tre tappe, Istanbul-Dubai- Abu Dhabi erano quasi tutti sessantenni. Martedì mattina avevano appena visitato la Moschea blu e si erano avvicinati assieme alla guida, all'obelisco di Teodosio per leggere un'iscrizione. Nessuno si è accorto che tra loro si era mescolato il kamikaze. E ieri, sul luogo della strage sono arrivati il premier turco, Amhet Davutoglu, assieme ai ministri degli Interni turco, Efkan Ala, e tedesco, Thomas de Maiziere, per rendere omaggio alle vittime. Ufficialmente, i governi di Ankara e Berlino hanno deciso di condurre indagini congiunte e un pool di investigatori tedeschi sono atterrati a Istanbul per collaborare con i colleghi turchi. Ma i giornali conservatori, vicini al presidente Erdogan, hanno già delineato lo scenario in cui inserire l'atto terroristico di piazza Sultanahemt. Accusano apertamente Mosca di aver utilizzato i miliziani dell'Is per vendicare l'abbattimento del jet russo da parte dell'esercito turco, a novembre al confine con la Siria. Un episodio che i russi avevano definito «un atto di guerra». Da quel momento le relazioni tra i due paesi sono gelide. E ieri i giornali hanno ricordato le parole pronunciate dal presidente Putin: «Ci vendicheremo». Arrivando perfino a pubblicare una sua foto con le mani insanguinate. Sullo sfondo delle tensioni tra Russia e Turchia, restano dunque la Siria e le coalizioni internazionali schierate contro e pro il presidente Bashar al-Assad, che stanno bombardando. La posta in gioco è alta: i futuri assetti di potere in Medioriente. Per questo ieri il premier turco Davutoglu e il ministro tedesco de Maiziere hanno ribadito che il kamikaze «ha colpito a caso». Non ci sono indizi, hanno spiegato, che indichino che il gruppo di tedeschi siano stati l'obiettivo specifico del terrorista. La bomba di Istanbul ha dunque alzato ancora di più la tensione internazionale e questa volta il «nemico» non è venuto allo scoperto. Il califfato, che secondo un tragico copione, rivendica gli attentati sul web, è rimasto in silenzio. Con la Turchia i rapporti vengono descritti dagli analisti internazionali, come «ambigui» e quanto accaduto potrebbe rimettere tutto in discussione. E il mondo guarda con il fiato sospeso, mentre dopo la Francia, anche la Germania piange le sue vittime. ©RIPRODUZIONE RISERVATA