i giovedì del cairoli
di Filiberto Mayda wPAVIA «Se si conoscessero con ugual certezza le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometria, sarebbero debellate l'ambizione e l'avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all'ingiusto; e la razza umana godrebbe una pace così costante, che non si riterrebbe di dover mai più combattere...». Era il 1651 e scriveva così, nel "Leviatiano", il filosofo inglese Thomas Hobbes, convinto davvero che tutto, in qualche modo, fosse riconducibile a un calcolo. E che numeri e matematica possano descriverci perfettamente il reale, se non persino individuarvi regole certe e modelli applicabili, è un'ambizione secolare. Non lo stessa, ci mancherebbe, che spinge il lavoro del professor Giovanni Naldi, Ordinario di Analisi Numerica presso l'Università degli Studi di Milano, prestigioso ospite del primo appuntamento dell'anno dei "Giovedì dei Cairoli" (ore 18, aula magna del Collegio, introduzione del professor Valeriano Comincioli). Professor Naldi, il titolo della sua relazione a Pavia sarà "Cellule, Reti e Matematica: qualche racconto e qualche divagazione". Divaghiamo subito: davvero basta un algoritmo per raccontare l'umanità tutta? «Non esageriamo. Però possiamo scoprire dei modelli biologici che ci possono essere molto, ma molto utili. Le faccio subito un esempio pratico di un lavoro che sto seguendo proprio insieme all'Università di Pavia. In parole semplici. Il nostro cervelletto fa un sacco di cose, tra queste il controllo del movimento. Ora, noi possiamo studiare come opera il cervelletto, secondo quali modelli, esportare degli algoritmi da introdurre in un robot. Attenzione, non parlo di androidi o robot stile Star Wars, dico di robot - ad esempio - che agiscono al posto dell'uomo in zone pericolose o disagiate e che potrebbero, grazie ai modelli che elaboriamo studiando il cervelletto, prendere delle decisioni sul loro moto in base a quello che vedono». Come un essere vivente? «No, lo scimmiotterebbero, ma già sarebbe un gran passo avanti e con importanti applicazioni concrete. Guardi, la scienza non può fare tutto, ma possiamo scoprire molto». Un altro esempio. «Pensi al flusso sanguigno: noi possiamo, grazie a modelli matematici relativi, ad esempio, alla pressione, prevedere il comportamento del flusso stesso a determinate condizioni. Immagini l'utilità che ha un modello come questo quando, cito un caso, si debba inserire uno stent (strumento utilizzato in chirurgia per i trattamento delle coronaropatie, ndr)». È improprio dire che un ottimo modello o algoritmo sia sostitutivo dell'esperienza? «È improprio. Non può certo sostituire l'esperienza o l'esperimento, piuttosto è come se stessi fornendo un nuovo attrezzo con il quale si può lavorare meglio. Insomma, i modelli si affiancano alla via sperimentale. Ciò che è interessante è che variando i parametri, il modello indica anche la variazione di un determinato comportamento. E questo può essere utile per verificare le condizioni estreme, dove non sempre è possibile una completa fase sperimentale. Il nostro modo di lavorare è un po' come un microscopio matematico, ci permette di vedere ciò che è nascosto». Quindi, niente psicostoria alla Asimov... «No, quella è fantascienza, pur bella, ma sempre fantascienza. E comunque, non stiamo parlando di una novità di questi giorni. Sofisticati "strumenti" matematici sono stati utilizzati da applicazioni di carattere biologico da tempo: si pensi, per esempio, allo sviluppo dello studio dei processi stocastici o dei metodi statistici a partire da problemi in genetica o epidemiologia. Certo, il dibattito riguardo l'utilità e l'applicabilità dei modelli matematici in biologia è aperto e non è raro imbattersi in argomenti "alla moda" che, pur essendo utili in alcuni ambiti, sono "imposti" ovunque ». E' vero che è possibile prevedere il comportamento di una cellula tumorale? «La cellula tumorale e quella normale rispondono in maniera differente a determinati input: se si mettono su un substrato, hanno moto e forze diversi, perché nella tumorale l'organizzazione interna è cambiata. Se riesco, con un modello matematico, a mettere in relazione tali comportamenti, posso, forse, individuare l'inizio della patologia«. Un'ultima domanda. Ma a chi, come lei, vive di modelli matematici, non viene mai l'istinto di applicarli alla sua vita quotidiana? «Capita. Ad esempio quando vedo la "ola" allo stadio, ecco, mi viene voglia di scriverne il modello matematico. Ma poi mi passa...». @filibertomaida ©RIPRODUZIONE RISERVATA