Omicidio Caccia, è svolta Incastrato presunto killer
di Daniele Lettig wTORINO La svolta arriva dopo trentadue anni. Solo ieri infatti la polizia ha arrestato il secondo presunto assassino del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso con 14 colpi di pistola il 23 giugno 1983. Per gli investigatori l'uomo che sparò al giudice quella sera - assieme a Domenico Belfiore, boss della 'ndrangheta già condannato come mandante del delitto - è Rocco Schirripa, 64 anni, di origini calabresi, ma residente a Torino dove lavorava come panettiere. È stato catturato ieri mattina dopo una lunga indagine condotta dalla procura di Milano e coordinata dal pm Ilda Boccassini. Bruno Caccia fu ucciso da due killer a bordo di una Fiat 128 una domenica sera in cui aveva lasciato a riposo la scorta, mentre portava a spasso il cane. Il delitto fu rivendicato, in anni in cui l'Italia non era ancora uscita del tutto dalla spirale del terrorismo politico, dalle Brigate Rosse, da Prima Linea e dai Nar: tutte attribuzioni poi rivelatesi false. Il procuratore stava indagando sul riciclaggio del denaro proveniente dai sequestri di persona e sugli affari del racket, già all'epoca radicato in Piemonte, e anche per questo nel corso delle indagini si fece strada l'ipotesi del crimine organizzato, che portò nel 1993 all'arresto e alla successiva condanna di Domenico Belfiore, considerato il numero uno delle cosche nel nord ovest d'Italia. Belfiore fu condannato grazie alla testimonianza del pentito di mafia Francesco Miano, con cui condivideva l'ora d'aria: Miano riferì che Belfiore gli avrebbe detto che «Caccia era un magistrato con cui non si poteva parlare». In una conferenza stampa tenuta ieri dopo l'arresto, il pm Boccassini ha spiegato come Schirripa sia stato incastrato da una lettera anonima scritta dagli investigatori e inviata proprio a Belfiore, attualmente agli arresti domiciliari. La lettera conteneva la fotocopia di un articolo del quotidiano "La Stampa" di 32 anni fa, con la notizia dell'arresto di Belfiore per il delitto Caccia. Sul retro, gli inquirenti hanno scritto il nome di Rocco Schirripa, con l'obiettivo di sondare la reazione su uno dei sospetti che, all'epoca, era un "soldato" della famiglia Belfiore. Belfiore, non sapendo di essere intercettato, ha parlato della lettera col cognato Placido Barresi, il quale ne ha riferito a Schirripa. Nell'intercettazione della loro conversazione, Schirripa dice a Barresi: «Io non ho parlato con nessuno» dell'omicidio. Allarmato dalla lettera, Schirripa stava progettando la fuga, ma ieri è stato arrestato dalla polizia. Boccassini ha poi spiegato che l'indagine che ha portato all'arresto di Schirripa è stata riaperta «perché la procura ha ricevuto l'esposto dell'avvocato dei figli della vittima, che però avanzava ipotesi completamente diverse lanciando pesanti accuse nei confronti dei magistrati milanesi. Le indagini tuttavia - ha aggiunto il magistrato - non hanno fatto altro che dimostrare quanto appurato 30 anni fa, e cioè che i calabresi furono gli ideatori e gli esecutori del reato». «L'arresto è un tassello importante per gli sviluppi futuri dell'inchiesta», è stato invece il commento della figlia del magistrato ucciso, Cristina Caccia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA