Senza Titolo

di FRANCESCO JORI L'ultimo spenga la luce. Tira aria di desolata smobilitazione, in Forza Italia: fisica, con gli uffici romani che traslocano e si ridimensionano, e i dipendenti messi in strada; ma soprattutto politica, coi collaboratori più stretti del Capo, a partire dal braccio destro Toti, che denunciano senza giri di parole l'assenza di una linea. E con Lui in persona che si va lentamente squagliando, un po' come il gatto del Cheshire in Alice: alla fine non rimase che il sorriso. Mesta fine davvero, per un partito nato con larghi scenari e nel cui progetto s'erano riconosciuti tanti elettori.Via via sfarinatisi pure loro, in preda a vistoso disinganno: ha voglia Berlusconi di parlare di colpi di Stato contro di lui, per perdere tanti consensi ci ha messo copiosamente del suo. Aiutato in questo da una pletora di signori nessuno, che senza il logo del Cavaliere tali sarebbero rimasti a vita; molti dei quali per giunta contribuiscono alla crisi economica del partito non pagando da tempo le quote. Tanto, c'è il buon cuore di Silvio, e soprattutto il suo pingue portafoglio, a provvedere alle necessità pure dei suoi scudieri, oltre che delle olgettine. Non che servano raffinati politologi, per spiegare cosa sta capitando e perché. Basta una ripassata alla celebre legge di Murphy: lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio. Peggio ancora se poi c'è chi le aggrava, come il coriaceo Brunetta, che funge da cane da pagliaio del partito: abbaia a tutto ciò che si muove, specie quando fiuta odor di Renzi. Da quando il detestato Matteo ha preso la guida del governo, l'irascibile Renato gli ringhia sistematicamente contro, pronosticandogli sonore sconfitte che non solo non si verificano, ma che finiscono a volte per ritorcersi contro il suo stesso schieramento. Com'è accaduto nella vicenda Boschi, dove quello che doveva essere un problema per il Pd lo è diventato per Forza Italia. E a dirlo è stato Berlusconi in persona, mica un qualche pasdaràn paracomunista. Ma per quanto centrale e indispensabile si ritenga lo stesso Brunetta, non è lui il problema vero del partito: è l'assenza di una strategia tale da poter ricondurre all'ovile quella sempre più ampia quota di elettorato moderato che gli ha girato le spalle. Se spera di riconquistarla aggrappandosi a Salvini, magari pure con la microprolunga della Meloni, il Cavaliere si sbaglia di grosso. Per scelta del suo segretario, la Lega odierna è diventata il collettore dei malpancisti e degli incazzati nostrani. Ben diversa peraltro da quel Front National francese cui si ispira: la linea Le Pen ha il doppio dei suoi consensi, e soprattutto li raccoglie in modo omogeneo nel territorio, da Nord a Sud; il Carroccio è abbarbicato al lombardo-veneto, e più si allontana dal Po più evapora. Oltretutto, si trova a dover fare i conti con un concorrente temibile, e che gode di un seguito ben maggiore malgrado sia molto più giovane politicamente, come il Movimento Cinque Stelle. In ogni caso, non è un progetto che possa attirare lo zoccolo duro dell'ex elettorato forzista: il quale a suo tempo aveva dato la propria massiccia adesione a Berlusconi perché lo riteneva capace di dar vita anche in Italia a una moderna forza moderata di stampo europeo. E perché era stato attratto dalla promessa di una rivoluzione liberale: che si fa riformando il sistema dall'interno, non prendendolo a spallate da fuori. Non è questione di chi debba guidare l'atipico centrodestra all'italiana che sta nascendo: chiunque sia a tenere il volante, una parte consistente dei potenziali passeggeri si rifiuterà di salire a bordo. Un po' andranno con Renzi, un po' con Grillo; i più rimarranno comunque a terra, andando a ingrossare le già consistenti fila del popolo dell'astensione. Un fantasma, certo. Ma ingombrante assai.