«Il nuovo linguaggio nelle lettere dal fronte»

VIGEVANO Vigevano e la Grande Guerra. Storie, voci, immagini. Questa mattina, alle 10.30, nell'Auditorium San Dionigi (piazza Martiri per la Liberazione) verrà presentata la nuova monografia della Società Storica Vigevanese, realizzata con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano. «Il libro – spiega Marta Bonzanini, archivista e curatrice dell'Archivio di Scrittura Popolare - si compone di diversi contributi che affrontano, ognuno da un punto di vista diverso, il tema della Grande Guerra in particolare in rapporto a Vigevano e al suo territorio». All'introduzione di Michele Cattane, segue il saggio di Giuseppe Polimeni relativo alla nuova lingua nata nelle trincee. Bonzanini è autrice del capitolo "La voce dei testimoni. Lettere e diari dal fronte della Grande Guerra". «È il capitolo più lungo – commenta l'autrice - perché si concentra sulla scrittura popolare: lettere, carteggi e diari di soldati lomellini che hanno preso parte alla Grande Guerra. Le lettere hanno sempre il fine di comunicare, sono scritte nell'immediatezza, mentre i soldati combattono, il diario invece ha la funzione di ricordo, sono scritti una volta tornati a casa. Sono due testimonianze complementari. I protagonisti, persone comuni, i "fanti contadini", parlavano il dialetto in famiglia. Solo con la guerra e l'emigrazione c'è stato modo di andare via da casa. Qui nasce l'italiano popolare: dall'insieme di persone che parlano dialetti completamente diversi e non si capiscono, è nata una nuova lingua che ha permesso alle persone di capirsi». C'è stato qualche scritto che l'ha colpita particolarmente? «Tutti – risponde Bonzanini – le cartoline degli interventisti sono pochissime: quella di Mussini e Besozzi. Poi le lettere dei prigionieri di guerra, che hanno vissuto una situazione drammatica tra freddo, fame e malattie. I diari sono tre: quello di Zacconi, che era un panettiere e che ha vissuto la guerra tra l'Isonzo e il Piave, quello di Medicina, un contadino che racconta la guerra in montagna, e l'altro di Varazzoli, un muratore di Nicorvo. È l'unico che nel suo diario racconta il ritorno in patria nel 1919, dopo essere stato fatto prigioniero. Ha vissuto la guerra del Carso, si riduce a pesare 40 kg, gli vengono amputate tre dita dei piedi per il freddo. Mi ha colpito il finale: una volta liberato, arriva in Svizzera ed è trattato benissimo, ma arrivato a Domodossola, lui e gli altri ex prigionieri vengono caricati si carri bestiame perché all'epoca la gente riteneva i prigionieri traditori. "Povera Italia! Se ne frega di noi, sono capaci solo di farci ammazzare" scrive. L' ultima parte è dedicata alle biennio rosso, alla soglia guerra civile e alla nascita del fascismo con le responsabilità della classe dirigente». Il libro si conclude con lo scritto di Marco Savini sugli anni di guerra a Vigevano e in Lomellina,di Chiara Anna Aimaretti e Teresa Bonomi, di Maria Antonietta Arrigoni autrice di alcune riflessioni su fotografie archiviate in biblioteche lomelline e Pier Luigi Muggiati che «partendo dall'elenco dei caduti – conclude Bonzanini – ha elaborato dei dati: quanti caduti lomelluni, a quali anni appartenevano, da che famiglie venivano e così via. È un lavoro che non è mai stato fatto prima». (s. bov.)