«Solo uniti vinceremo il terrore»
di Maria Rosa Tomasello wROMA «Il fatto è che noi ci solleveremo insieme o cadremo insieme» perché «quelle che una volta sembravano sfide nazionali, oggi sono sfide globali». Davanti alla minaccia di un terrore «senza confini», una guerra «in corso dentro l'Islam contro criminali islamici», Abdullah II di Giordania - re di un Paese che ospita 1,4 milioni di rifugiati siriani - lancia il suo appello alla cooperazione necessaria da Roma, dove apre assieme al premier italiano Matteo Renzi i Mediterranean Dialogues. La conferenza internazionale promossa dalla Farnesina e dall'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) raccoglie, in tre giornate di incontri, oltre 400 leader della politica, dell'economia e della cultura in rappresentanza di 34 Paesi, con la presenza di 33 capi di Stato, ministri e organizzazioni internazionali, nel tentativo di riannodare i fili allentati o spezzati dalla crisi che scuote l'area del Mediterraneo. Uno spazio diventato, dice il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, «l'epicentro del disordine internazionale» in cui «la priorità è distruggere il Daesh», il sedicente Stato islamico. È in questo crocevia di culture e storia, sottolinea Renzi, che l'Europa ha perso negli ultimi anni la sua grande occasione: «Ha smesso di dare centralità al Mediterraneo mentre si allargava a Est, al punto che l'Unione a 28 o è troppo e è troppo poco», e mentre dentro i conflitti regionali germogliavano i semi del terrorismo jihadista. «L'Italia è in prima linea» dice Renzi, come dichiara anche, in una intervista al "Messaggero", il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «La priorità è distruggere l'Is», ma «no a soluzioni last minute , bisogna lavorare a soluzioni di ampio respiro». Quindi «il processo per il ricambio della classe politica siriana va fatto in modo ordinato per evitare pericolosi vuoti di potere», l'Iraq va stabilizzato, mentre in Libia, «il Daesh sta cercando di espandersi sfruttando lo scontro tra fazioni». Per questo è necessario che la Conferenza sulla Libia che si terrà domenica a Roma rappresenti «un punto di svolta». Roma, ripete Renzi, «ha confermato alle Nazioni Unite la propria disponibilità a guidare una missione internazionale a supporto del governo che nascerà». Il premier rivendica l'impegno dell'Italia nello scenario delle crisi mediorientali, dalla guida della missione Unifil in Libano, all'addestramento dei peshmerga curdi in a Erbil, e della polizia a Baghdad, in Iraq. Ma ribadisce, «nonostante si faccia facile ironia su questo», la necessità di combattere i terroristi con le armi della cultura come «sistema immunitario contro la deriva del fanatismo» che nasce anche dentro le periferie europee. Sottolinea che l'Italia vuole «un quadro di regole rispettate» e che continuerà a lavorare per salvare vite umane in mare. «Continueremo a fare quello che possiamo: possiamo perdere voti, ma non la nostra anima, anche prendendo gli insulti di partner europei». Ma per vincere la guerra contro il Califfato, sottolinea re Abdullah, è necessario risolvere la questione centrale, quella palestinese, il «nodo» da sciogliere anche per il segretario della Lega Araba Nabil El-Araby, irrisolta «nonostante le innumerevoli risoluzioni Onu». «Finché il popolo palestinese non vedrà riconosciuti i propri diritti - ricorda il sovrano hashemita - milioni di persone nel mondo continueranno a non credere nella giustizia globale e la propaganda del terrore e il reclutamento continueranno a prosperare e noi ne pagheremo il prezzo» dice Abdullah. Accanto al re, sotto l'obiettivo di tutti i fotografi, siede la regina Rania, che al mattino ha ricevuto la laurea honoris causa in Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale all'università "La Sapienza". «Non c'è nulla di islamico in questi terroristi» ha detto invitando tutti a «non avere paura» perché «più loro invocano l'Islam per i loro atti terroristici, più provocano intolleranza da parte dei musulmani pacifici». ©RIPRODUZIONE RISERVATA