LA SETTIMANA

(segue dalla prima pagina) Su quei ragazzi così distanti dai loro assassini, il loro opposto. E però, se l'obiettivo dei commando di Parigi era quello di seminare panico, confusione, disordine e mostrare un Occidente diviso, incerto, indeciso a tutto, ebbene è proprio quanto rischia di accadere. Nelle cancellerie e sui fronti di una guerra che tutti ammettono, ma nessuno dichiara. Per evitare di tornare indietro di anni, occorrerebbe un colpo di coda, alcuni invocano un ripensamento americano con il ritorno alla guida della coalizione anti Is, unica possibilità di rimettere insieme forze sparse e confuse. Sembra infatti che ciascuno sogni di partecipare al Grande Gioco, ma pagando il biglietto d'ingresso più economico. Specie ora che l'abbattimento del jet russo da parte dell'aviazione turca obbliga tutti a dire da che parte stanno. Dalla parte di Putin, buon amico del regime iraniano, e grande sostenitore del governo di Assad? O da quella della Turchia di Erdogan che non tollera Assad e teme come la peste la nascita di piccoli stati-enclave, capaci ciascuno di ospitare agguerrite minoranze (sunniti, sciiti, curdi) per di più sostenute dalla Russia? Fuori partita si dichiarano invece i cosidetti arabi moderati (sauditi, qatarini), sospettati però di finanziare lo stato islamico (Daesh), considerato male minore rispetto a un Iran sempre più forte e presente sullo scenario internazionale.Un Medio Oriente in fiamme, un'Europa assente. Anzi, tutti i paesi dell'Ue si dicono pronti a dare una mano contro il nemico, ma bombardare i territori sui quali sventolano bandiere nere o muovere «boots on the ground», insomma soldati in carne e ossa, non droni, è tutta un'altra cosa. Per convincere Angela Merkel, scottata dalle precedenti esperienze in Afghanistan e Iraq, Francois Hollande ha dovuto faticare non poco: alla fine i tedeschi manderanno truppe in Mali, e in Siria aerei e navi da ricognizione, non bocche di fuoco. Anche gli inglesi saranno probabilmente della partita, ma prima il premier Cameron dovrà convincere l'opposizione laburista e un bel po' dei suoi amici conservatori che già una volta hanno bocciato in Parlamento un impegno diretto inglese. Dopo sessant'anni, l'Europa non c'è, riemergono gli Stati nazionali, regge un po' ammaccata l'alleanza franco-tedesca che ora consente a Hollande di bilanciare in campo militare lo strapotere tedesco in economia. Insomma, nonostante la pazienza diplomatica con la quale ha cercato di tessere la sua tela, il presidente francese ha trovato molti amici e sodàli, ma pochi compagni di viaggio. E così si è dovuto accontentare della più improbabile e originale delle alleanze, proprio quella con Putin, lo spregiudicato zar Vladimir che sta dalla parte di Iran e Siria, che ha ingaggiato un braccio di ferro con l'Europa in campo ucraino e che, alla vigilia di importanti elezioni regionali in Francia fa il tifo per Marina Le Pen, l'acerrima nemica di monsieur le president. In nome della realpolitik, insomma, Hollande ha rimesso nella fondina la pistola puntata contro Assad e ha rivolto i suoi interessi al Daesh. Decidendo di stare ancora una volta in prima linea. Al fianco di Putin. In un vortice di paradossi: dopo l'abbattimento del jet russo, la Nato si è schierata al fianco di Erdogan, membro dell'Alleanza, e contro la Russia, che in altri tempi avrebbe guidato le truppe del Patto di Varsavia… È come se a ogni tentativo di mettere insieme una coalizione vasta e coesa, qualcuno dall'interno cominciasse a remare contro. E l'Italia? Massima cautela, andreottiana prudenza: con il terrorismo si lotta, non si fa la guerra; si mandano gli F-35, ma senza bombe; in Afghanistan e Iraq si resta ad addestrare e rifornire, in Siria non si va. Calma. Ma per paradosso, come si è visto, stavolta non siamo i soli in Europa a fare distinguo e cavilli. Così, invece delle armi il governo regala ai diciottenni un bonus "culturale" di 500 euro. Fate il teatro, non fate la guerra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA