Petrodollari in quantità e il misterioso “hawala”

di Vindice Lecis wROMA Il sedicente Stato islamico è una macchina da soldi di enormi proporzioni. Come si finanzia? E chi foraggia i terroristi, anche in Europa, consentendo loro di muoversi agevolmente in una zona oscura non sufficientemente illuminata? La crescita militare ed economica dell'Is (Stato islamico) in Siria ha peggiorato la situazione. Il sottosegretario per il terrorismo e l'intelligence dell'amministrazione Obama, David Cohen, nel novembre 2014 aveva dovuto ammettere che l'Is «ha accumulato un patrimonio senza precedenti». Ricchezza accresciuta, prima con l'utilizzo delle risorse irachene conservate a Mosul poi dall'occupazione di un pezzo di territorio siriano, dove proliferano traffici e contrabbandi. Anche se ora l'Is - dopo l'entrata in campo di Russia e Iran e i successi militari curdi - sta subendo il restringimento dei suoi ambiti territoriali immaginari e magmatici, la sua capacità finanziaria resta enorme. L'Is si finanzia anzitutto col traffico di petrolio, taglieggiando migliaia di commercianti e col contrabbando di oggetti d'arte e archeologici. La svolta è arrivata quando lo Stato islamico ha messo le mani sui pozzi petroliferi della Siria e dell'Iraq del Nord. Nei primi otto mesi del 2014 la Turchia - pur accusata di garantire il passaggio alle colonne terroriste in funzione anti curda - ha sequestrato 20 milioni di litri di greggio di contrabbando. E sempre il sottosegretario americano Cohen riferisce che, nel giugno del 2014 l'Is incassava dal petrolio qualcosa come un milione di dollari al giorno. Oltre al petrolio, altri fondi giungono dal contrabbando di reperti archeologici. Un terzo dei 12mila siti iracheni era nel 2014 sotto il controllo dello stato del terrore e il quadro si è ulteriormente aggravato con l'avanzata dei mesi scorsi in Siria e le devastazioni in siti come Palmyra. A queste entrate, si devono aggiungere i 20 milioni di dollari incassati dai riscatti del rapimenti. Le vere e dense zone d'ombra arrivano però dalle donazioni di "benefattori", alcuni ben noti e basati nei territori delle ricche monarchie del Golfo. Gli analisti tentano, spesso invano, di penetrare le spesse e affollate nebulose di sedicenti opere di beneficenza islamiche che sono assai generose. I sospetti più forti si sono sempre concentrati sul Qatar. La monarchia ha aderito alla coalizione anti-Is capeggiata dagli Usa, ma non ha stretto seriamente la morsa su banche, benefattori, miliardari, enti che invece garantiscono un consistente rivolo finanziario ai terroristi. Un jihadista, Abd al Rahman al Nuayami era un noto collettore di fondi, basato a Doha. Il flusso di denaro è enorme, così che l'Is può permettersi di finanziare gruppi minori per operazioni di terrorismo globale. I benefattori legati ai Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) avrebbero donato tra il 2013 e il 2014 40 milioni di dollari all'Is (dati del Washington Institute for Near Policy). Ma il contributo costante arriva da una forma di finanziamento che non sempre è da considerarsi illegale ma è dentro la cosiddetta finanza islamica. L'analista Stefano D'Auria ha spiegato che, nella maggior parte dei casi, i terroristi raccolgono i fondi per compiere i loro attentati in Paesi diversi da quelli scelti come obiettivi per i loro attacchi. «Il mondo finanziario - spiega - costituisce per i terroristi un ambito fortemente appetibile in considerazione delle garanzie di opacità e segretezza che lo caratterizzano». Gli studiosi Razzante e Polcini in un articolo pubblicato su Gnosi, la rivista dei nostri servizi segreti, avvertono inoltre che «il terrorismo, finanziato, si configura come un'industria non solo del terrore ma anche finanziaria, che riceve e moltiplica la ricchezza che proviene nei modi accennati, da soggetti e nazioni, istituzioni e gruppi organizzati, centri economici e lobby politico-affaristiche di vario genere». L'Unità di informazione finanziaria istituita dalla Banca d'Italia per controllare e prevenire riciclaggio e finanziamento del terrorismo, sino al 2011 aveva analizzato 4401 segnalazioni, tra queste anche operazioni che riguardavano le «rimesse» inviate dall'emigrato nel proprio paese. Tuttavia altri sistemi trasferiscono ingenti risorse che sfuggono ai controlli. Sono canali o circuiti informali che non vengono monitorati e che, sovente, alimentano l'economia criminale e gruppi terroristici. Non restano, in queste operazioni, tracce dei passaggi di denaro. Tra queste c'è l'hawala, una sorta di ordine di pagamento. È un sistema bancario parallelo e informale che si basa sull'impegno preso sulla parola, avvalendosi di intermediari e che garantisce trasferimenti di denaro. Il funzionamento è questo: un cittadino straniero consegna dei soldi a un intermediario del proprio paese. Un altro intermediario versa l'ammontare equivalente a un'altra persona in un altro paese. Non resterà traccia di beneficiari e di mandanti. Un ruolo di sostegno finanziario del terrorismo spetta alla rete di organizzazioni caritatevoli islamiche, utilizzando la decima sugli affari (chiamata zakat). Un'economia che muove, sotto banco, miliardi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA