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ROMA Un commando addestrato e diviso in tre squadre, armato fino ai denti e determinato a colpire gli obiettivi che si era prefisso con una tecnica militare: è l'identikit del gruppo di fuoco che ha seminato il terrore a Parigi e segnato l'escalation della guerra dichiarata dall'Is con i primi attentati kamikaze nella storia continentale europea. A tratteggiarlo il procuratore capo di Parigi, Francois Molins, parlando degli autori di quella che ha definito «una barbarie». Una cellula «autosufficiente», con un passato combattente in Siria, secondo gli 007 di Londra. Almeno 7 i "martiri" nell'assalto, secondo quanto rivendicato dallo Stato islamico, ma non si esclude che una manciata di altri terroristi sia riuscita a fuggire. «I terroristi morti sono sette», ha fatto sapere in serata la procura di Parigi: 6 si sono fatti saltare, uno è stato ucciso. E si affaccia l'ipotesi che nel commando ci fosse anche una donna: è stata vista al Bataclan, teatro del massacro più sanguinoso nei sei attacchi parigini, dove sono morte almeno 89 persone. Il profilo dei jihadisti entrati in azione è molto simile a quello dei protagonisti degli attacchi del gennaio scorso contro Charlie Hebdo e il supermarket Kosher: giovani, votati alla morte, addestrati militarmente, con alle spalle l'esperienza della guerra, in questo caso siriana. L'unico identificato con certezza era di nazionalità francese, 30 anni, nato nella banlieue di Courcouronnes, definita «sensibile» dalle autorità. «Era noto ai servizi si sicurezza», condannato per reati minori tra il 2004 e il 2010, quando finisce negli elenchi degli 007 per la sua adesione all'Islam radicale. Al pari dei suoi compagni che hanno aperto la mattanza di Parigi gridando «Allah u Akbar». Accanto ai corpi di due attentatori sono poi stati trovati due passaporti, uno siriano e uno egiziano: il primo risulterebbe di un uomo registrato in Grecia come rifugiato. Ma per gli inquirenti quei documenti di identità non è detto che accertino la vera nazionalità dei kamikaze. I tre team hanno comunque agito da "professionisti" perfettamente coordinati: «Sparavano con gli Ak47 a colpo singolo, 3-4 alla volta, tutti ben mirati e andati a segno», ha raccontato un testimone parlando della sparatoria davanti al caffè. «Sembravano delle forze speciali», ha aggiunto. I bossoli di calibro diverso lasciano sul campo l'ipotesi che abbiano usato anche altre armi. Ma non c'è solo questo: secondo gli esperti della Difesa italiana, l'aspetto che più inquieta è la disponibilità del gruppo «di una rete logistica localizzata nell'area metropolitana di Parigi molto estesa e ben organizzata che ha consentito di pianificare l'attacco nei dettagli», ha scritto il direttore della Rivista italiana Difesa (Rid), Pietro Batacchi. Il gruppo ha potuto contare su «zone sicure, appartamenti e garage-magazzini altrettanto sicuri dove poter studiare gli obiettivi, far arrivare gli esplosivi e assegnare i compiti». Le banlieue di Parigi in cui è nato l'unico jihadista sinora identificato ha «aree santuarizzate che le autorità non controllano da anni», continua Batacchi: «In molti parlano già di flop dell'intelligence». Emerge poi il collegamento con altre periferie altrettanto minacciose: quelle di Bruxelles e del Belgio, da dove arrivarono in gennaio le armi per gli attentati nella capitale francese. Nel quartiere di Molenbeek - "casa" della cellula jihadista di Verviers e di molti foreign fighter - sono scattate le perquisizioni e la caccia ad almeno tre complici residenti nel Paese. Le autorità mantengono il riserbo. Quel che si sa è che gli arresti in Belgio sono scattati quando nell'auto lasciata dagli attentatori al Bataclan è stato ritrovato il tagliando di un parcheggio di Molenbeek. Ed in effetti, come ha poi confermato il premer belga, uno degli arrestati venerdì sera si trovava a certamente a Parigi.