«Le parole chiare della democrazia»
PAVIA «Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questione accademica. È un dovere cruciale dell'etica civile. Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza"» A dirlo è il filosofo John Searle – ottantatreenne teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali - e a sottoscriverlo è Gianrico Carofiglio - un passato come magistrato e senatore della Repubblica – che stasera alle 21 sarà al Collegio Borromeo a presentare il suo ultimo libro "Con parole precise. Breviario di scrittura civile" (Laterza 2015, pp. 192, 15 euro), che riprende il tema già lanciato nel 2010 con "La manomissione delle parole. Carofiglio, perché c'era bisogno di un "breviario di scrittura civile"? «Le parole, specialmente quando arrivano dalle istituzioni, dovrebbero servire a dire la verità, a produrre trasformazioni e a cambiare la realtà, possibilmente in meglio. In questo libro scrivo di come invece le parole vengano utilizzate in modo manipolatorio: quando se ne fa un uso sciatto e inconsapevole o se ne manipolano deliberatamente i significati, l'effetto per la democrazia è disastroso». A che tipo di lettore si rivolge con il suo libro? «A ogni tipo di lettore, anzi la scommessa era proprio questa: scrivere un libro leggibile da tutti, in cui ciascuno potesse trovare qualcosa di interessante o utile, a seconda dei punti di partenza. La riflessione alla base di questo breviario riguarda la lingua del diritto, della burocrazia, in generale la lingua del potere e proprio per questo dovrebbe interessare tutti: tutti dobbiamo rendere conto a un potere, ma pretendendo un linguaggio chiaro possiamo scegliere di non subirlo». Lei afferma nel suo libro che "le società in cui prevalgono le asserzioni vuote di significato sono in cattiva salute". La nostra, italiana di oggi, che tipo di società è? «Non c'è dubbio che la nostra democrazia abbia qualche problema. Siamo invasi da una proliferazione di discorsi vuoti o demagogici, che riducono la possibilità di partecipazione dei cittadini alla "cosa pubblica", facendo diventare la politica l'affare di un'elite e, di fatto, trasformando quella dovrebbe essere una democrazia in un'oligarchia». Questo discorso della chiarezza, potrebbe sembrare elitario, riservato a chi ha suffficiente proprietà di linguaggio per esprimersi con estrema chiarezza. E' così? «La democrazia vive di parole precise e chiare, e dove i discorsi sono confusi si nasconde sempre una forma di dittatura. Il punto, come già spiegavo, non è tanto sulla proprietà del linguaggio del singolo cittadino, ma del suo diritto, e quindi del diritto di tutti, di sentire e pretendere parole e discorsi chiari da chi governa e anche da chi propina opinioni e resoconti di fatti che accadono». Si riferisce alla televisione? «Non mi sento di giudicare la televisione in generale, ma certamente penso anche ad un certo tipo di trasmissioni che usano espressioni che non servono a far pensare, ma a stordire le persone, distogliendo l'attenzione dalle questioni vere». «Quindi parlare con poca chiarezza a volte conviene, ci pare di capire? «Nella maggior parte dei casi sì. E' un modo di usare la lingua che punta ad escludere anziché a coinvolgere». «Come si fa, concretamente, a riappropriarsi del diritto di chiarezza delle parole. Non appare così facile? «La parola chiave per me è consapevolezza: ammettere che esiste un problema, informarsi da più fonti, farsi delle domande sul perché la televisione e i politici usano un certo linguaggio. Non esiste una formula magica, ma già diventare cittadini consapevoli, con opinioni e pensieri propri, è un buon punto di partenza». Marta Pizzocaro