Manovra, scatta la corsa alle modifiche

L'assalto alla diligenza è partito. La sessione di bilancio ha preso il via ufficialmente ieri al Senato ma il dibattito su modifiche e «miglioramenti» è già nel vivo. Partiti, sindacati, lobby, associazioni di categoria hanno già annunciato battaglia in attesa che lunedì 9 novembre inizi la partita vera in Aula. Fino ad allora, con lo spartiacque di sabato 7 novembre, giorno in cui scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti, sarà un susseguirsi di minacce e annunci. Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan ostentano comunque sicurezza: la Legge di Stabilità l'abbiamo fatta per gli italiani e non per i partiti, è la risposta che circola a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia. La minoranza dem ha già intimato che presenterà una decina di emendamenti «qualificati»: nel mirino l'innalzamento del tetto per l'uso dei contanti a tremila euro, i tagli alla Sanità, le pensioni, l'abolizione dell'Imu sulla prima casa anche per i più «ricchi». Il «pacchetto di proposte», sul quale per il momento vige stretto riserbo, dovrebbe essere presentato la prossima settimana. Anche Ncd spinge per ottenere cambiamenti nel testo della manovra. «Vogliamo più Sud e più famiglie nel passaggio parlamentare sulla legge di stabilità», annuncia Alfano (foto) che, in ogni caso, si dice «contento dell'impianto» del provvedimento. L'impressione è che ci sia qualche spiraglio ma che l'intenzione dell'esecutivo sia trasferire la «battaglia» sugli emendamenti alla Camera, dove la maggioranza può contare su numeri più ampi. Alla finestra anche i sindacati. Nei ministeri sale la protesta contro il taglio al salario di produttività che, secondo Fp-Cgil Cisl-Fp e Uil-Pa, produrrebbe «un danno economico strutturale di circa 80 milioni» ai lavoratori.ROMA Una norma per costringere «anche con l'uso della forza» i migranti che arrivano in Italia ad essere identificati. La sta mettendo a punto il Governo secondo quanto annunciato dal prefetto Giovanni Pinto, capo della Direzione Immigrazione e polizia delle frontiere, in audizione alla Commissione migranti. A spiegarne la ratio, un dato: sui 140mila stranieri sbarcati nel 2015, ben 40mila hanno rifiutato di sottoporsi alle procedure di fotosegnalamento. Il fenomeno è ben noto: siriani ed eritrei, soprattutto, non vogliono essere identificati in Italia, perché in questo caso dovrebbero restarvi a chiedere asilo secondo quanto prevede il Regolamento di Dublino. Mentre invece loro vogliono raggiungere altri Paesi europei. Succede così che rifiutano foto e impronte e gli agenti non hanno - allo stato della normativa attuale - mezzi per forzarli all'identificazione. «Il Piano Juncker - ha spiegato Pinto - insiste molto sulla necessità dei fotosegnalamenti e noi ci stiamo attrezzando. Abbiamo chiesto a Frontex 10 fotosegnalatori per ogni hotspot, in modo che anche loro vedano le difficoltà che i nostri operatori incontrano: ci sono migranti che si mettono in posizione fetale per evitare di essere identificati, in alcuni casi si impiegano anche 40 minuti per una identificazione. Stiamo così pensando - ha sottolineato - ad una norma che consenta l'uso della forza e che preveda anche il trattenimento per un certo periodo ai fini dell'identificazione». Peraltro, ha ricordato, «chi in passato ci ha criticato per i fotosegnalamenti difettosi, come la Germania, ora sta incontrando le nostre stesse difficoltà». Ora, ha proseguito il prefetto, «c'è una sentenza della Corte Costituzionale che già consente un uso della forza, ma serve una base giuridica più netta per arrivare al fotosegnalamento rispettando le persone». I dati indicano un calo dell'8% degli arrivi quest'anno rispetto al 2014, «ma il fenomeno migratorio continua ad essere epocale, senza precedenti e non facile da gestire». Il prefetto ha segnalato poi il problema dei rimpatri: «Quanti voli dovremmo fare per rimpatriare i 19mila nigeriani arrivati e con quali risorse? Quest'anno abbiamo fatto 70 voli e rimpatriato complessivamente 11.944 persone su 26.085 irregolari rintracciati». Sul fronte politico si registra l'appello del presidente Mattarella: «Nel nostro Paese come in tutta Europa - ha detto - abbiamo bisogno di ripristinare il senso della comunità per capire che si è sé stessi se ci si fa carico anche degli altri». La presidente della Camera Laura Boldrini ha espresso dispiacere per il fatto che «un Paese come l'Ungheria pensi di risolvere la questione della immigrazione con un muro. È penoso». Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano ha difeso il sistema della relocation che però finora si è limitato ad una novantina di profughi trasferiti in altri Paesi. «È chiaro - ha rilevato - che nei prossimi mesi i numeri dovranno essere più grandi, ma siamo in rodaggio. Se gli altri paesi non manterranno gli impegni nei nostri confronti, noi non siamo obbligati a rispettare gli accordi sugli hot spot».