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di ROBERTA CARLINI Meno spending review, più deficit spending. La manovra economica illustrata dal premier Renzi nei soliti modi scoppiettanti, dagli schermi e dal web, è caratterizzata da due dati. 5 miliardi dalla spending review: l'obiettivo dei risparmi dalla spesa pubblica è stato dimezzato, rispetto a quanto previsto a suo tempo dallo stesso governo che aveva investito del compito due campioni dei tagli per reperire ben 10 miliardi. E 13 miliardi dalla flessibilità europea: vale a dire, la possibilità di aumentare il rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno lordo, senza incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. La cosa non è scandalosa di per sé, anzi: sono anni che molti economisti (poco ascoltati in Europa) ripetono che affrontare la crisi a colpi di austerità non avrebbe fatto che peggiorare le cose. Dunque, ben venga un allentamento della austerità. Ma sarebbe bene dire le cose come stanno, per esempio ammettere che sulla spending review si continuano a fare più chiacchiere che fatti (e infatti ancora non è chiaro cosa ci sia dentro); e soprattutto valutare se si è scelto il modo migliore per impiegare questo nuovo deficit. Se si escludono le risorse destinate a scongiurare la clausola di salvaguardia? (i rincari di Iva e accise e i tagli alle detrazioni che sarebbero scattati automaticamente), il grosso della manovra è destinato a riduzioni di tasse e contributi. Dunque si pensa che, per rilanciare l'economia, bisogna alleggerire il peso del fisco e non, per esempio, fare investimenti diretti o spese in infrastrutture sociali. È vero che nella manovra ci sono anche un po' di queste cose, come i fondi per i più poveri: ma sono briciole, rispetto alla torta più grossa che riguarda per l'appunto le tasse. In primo luogo la Tasi sulla prima casa, che andrà in soffitta con l'ultimo versamento, quello di dicembre, per la gioia di circa 18 milioni di contribuenti. La Commissione europea ha bocciato questa misura come inefficace, dicendo che sarebbe stato meglio ridurre il peso fiscale sul lavoro. Sotto il profilo dell'equità, poi, fa discutere un regalo che non distingue tra più poveri e più ricchi, anzi premia in misura maggiore questi ultimi. Per di più, con una copertura finanziaria temporanea: l'anno prossimo bisognerà trovare nuove risorse, per dare ai Comuni i soldi che venivano da quella imposta che non a caso si chiama "tributo per i servizi indivisibili". Venuto meno il tributo, come si finanzieranno i servizi? Per le imprese e il lavoro, ci sono l'anticipo della riduzione dell'Ires e la proroga dello sconto sui contributi per chi assume. Il primo è condizionato all'approvazione, da parte della Ue, della cosiddetta "clausola migranti": cioè al fatto che ci facciano fare un altro po' di deficit, in considerazione dei costi legati all'emergenza profughi. Cosa niente affatto scontata, anche se la pressione che a questo punto arriverà anche dal mondo delle imprese potrà aiutare la diplomazia italiana a Bruxelles. Mentre la decontribuzione sarà ridotta di più della metà rispetto a quella di quest'anno: decisione che è anche una pressione sulle imprese perché anticipino entro questo dicembre le assunzioni, per risparmiare di più. Nel tirare da una parte all'altra la coperta comunque stretta della manovra, il governo lascia poi scoperti i punti più problematici (rinviata la grana degli esodati e della flessibilità sulle pensioni) mentre va a coprire le partite Iva, finora maltrattate. E mentre cerca consensi nel mondo dei nuovi lavori, Renzi accarezza anche quello dei vecchi vizi: con l'aumento del tetto all'uso del contante, da mille a 3mila euro, che sconfessa anni e anni di analisi e allarmi sulla diffusione di evasione fiscale e riciclaggio. Un tributo all'alleato di governo che più ha insistito su questa misura, il Ncd: ma che potrebbe costare caro al governo, sia per l'immagine del suo premier (ma come, non era la generazione moderna e tecnologica?) che, soprattutto, per la riduzione degli strumenti a disposizione per la lotta al malaffare.