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di GIANCESARE FLESCA La decisione del governo italiano di far restare i nostri soldati in Afghanistan oltre il termine fissato del gennaio 2016, discussa in queste ore, in realtà è stata assunta durante il viaggio di Matteo Renzi a Washington della primavera scorsa. Il presidente Obama aveva da poco ricevuto alla Casa Bianca il suo omologo di Kabul, Ashraf Ghani, il quale aveva esplicitamente richiesto che truppe statunitensi restassero nel Paese oltre il termine fissato, pena il crollo del regime e la vittoria dei talebani. Molto a malincuore Obama stabilì di mantenere 9.800 soldati in Afghanistan per un anno ancora, e chiese agli alleati Nato di fare la loro parte. La presenza di truppe di altri eserciti nella regione - spiegò il presidente Usa - sarebbe stata essenzialmente un fatto simbolico, un gesto di solidarietà politica per non lasciare da solo il principale partner occidentale nella palude della prima sciagurata guerra di G. W. Bush. Allora il nostro premier rispose: «No problem». Ma quando la richiesta venne riformulata nella sessione dell'Alleanza Atlantica di una settimana addietro, dove ci fu chiesto anche di mettere le bombe sotto le ali dei quattro caccia Tornado stanziati in Iraq e fin qui impiegati in missioni di ricognizione, ci si accorse che in realtà qualche problemino c'è. Difatti il governo di Roma, con un budget della Difesa ridotto all'osso (470 milioni in meno) si trova all'improvviso impegnato su tre fronti bellici e mezzo, manco fosse una grande potenza. Restare a Herat a sostegno del fronte nord-occidentale costa 270 milioni l'anno; preparare i raid aerei in Iraq, dove già siamo impegnati nell'addestramento dei curdi ad usare le armi da noi concesse (vendute?); «mantenere la guida» dell'eventuale coalizione destinata a riportare pace, legge e ordine in Libia. In più, ci sono i bravissimi elicotteristi che su mandato Onu vengono schierati alla frontiera fra Israele e gli Hezbollah libanesi, proprio mentre questi ultimi sono impegnati fino allo stremo nella difesa di Bashar al Assad, naturale nemico dello Stato ebraico oltre che del preteso Stato islamico. Una situazione di fronte alla quale un «no problem» non basta. In realtà in Afghanistan rischiamo abbastanza, per parecchie ragioni. La prima è che la popolazione locale di Herat, al contrario di quanto dice la propaganda, non ne può più di uniformi d'ogni genere. Il nostro contingente è stanziato poco lontano da Kunduz dove dieci giorni fa i talebani lanciarono un'offensiva autunnale (imprevista) e conquistarono la città, ripresa grazie ai bombardamenti aerei americani, con i danni collaterali all'Ospedale di Medici senza frontiere. Quel maledetto strike Usa fu guidato da terra, cioè dai soldati regolari afgani, i quali non esitarono a far colpire una struttura medica nella quale, secondo loro, c'era anche una mezza dozzina di "terroristi". Un episodio che dimostra in maniera palese, semmai ve ne fosse ancora bisogno, che gli eserciti rabberciati dall'Occidente nei Paesi conquistati sono tanto inaffidabili e paurosi quanto i loro rivali sono capaci di combattere con grande determinazione e con grandissima audacia. Il problema di fondo è politico, non soltanto militare. Il primo governo installato dagli Usa a Bagdad dopo la caduta di Saddam giocò praticamente all'epurazione di soldatii e civili sunniti, eliminando i quadri delle Forze armate e dello Stato. Questa fu la base per i successi dell'Is. Il governo di unità nazionale varato a Kabul con Ghazi alla presidenza e Abdullah Abdullah come azionista forte non regge da nessuna parte, i due galli al potere si beccano fra loro mentre, oltre ai talebani, si moltiplicano i gruppetti che giurano fedeltà al Califfo. E se tutto ciò non bastasse, ecco Putin che, approfittando delle difficoltà occidentali, manda truppe e blindati alle frontiere dei principali paesi ex sovietici (Uzbekistan, Tagjkistan,Turkmenistan) per ribadire al mondo che la Russia sa difendersi dal terrore islamico, che è ancora una grande potenza, signora e guardiana di un'entità geopolitica chiamata Eurasia, i cui confini attuali o futuri sono noti soltanto al vertice del Cremlino.