Raid italiani in Iraq «Valutiamo ipotesi»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Il ministero della Difesa parla di «ipotesi da valutare con gli alleati» e, soprattutto, da sottoporre all'esame del parlamento. I bombardamenti italiani sulle zone occupate dallo Stato islamico in Iraq, dunque, non sono attesi nelle prossime ore, ma sono sul tavolo del governo. Dopo le anticipazioni di stampa, l'esecutivo non smentisce l'ipotesi di raid dei Tornado, entrati l'ultima volta in azione in Libia nel 2011 contro il regime di Gheddafi. A premere per un maggior coinvolgimento degli alleati europei è soprattutto la Casa Bianca e di «sicurezza nell'area del Mediterraneo» il ministro della Difesa Roberta Pinotti parla nel pomeriggio a Sigonella con il capo del Pentagono Ash Carter, che rivedrà oggi a Roma per un bilaterale focalizzato sulla lotta all'Is. Ma ai microfoni del Tg1 Pinotti anticipa: «Nella lotta all'Is in Iraq ci siamo sempre stati: a Erbil, a Baghdad, con i nostri addestratori, con i carabinieri e con aerei da ricognizione. Eventuali diverse esigenze, sulla base del rapporto con alleati e governo iracheno verranno valutate, ma certamente passeranno al vaglio del parlamento». Sono le stesse espressioni che usa, negli stessi minuti, in audizione alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: «La situazione in Iraq è aperta, c'è una discussione tra gli alleati sul modo migliore per partecipare all'operazione, ma l'Italia non ha preso nuove decisioni sull'utilizzo dei nostri aerei e, se dovesse prenderle, il governo non lo farebbe di nascosto ma coinvolgerebbe com'è doveroso il parlamento». Mentre sull'ipotesi dei raid si scatenano le polemiche, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una intervista all'agenzia di stampa russa Tass, sottolinea che per sconfiggere il terrorismo internazionale «serve la collaborazione internazionale con strategie e azioni comuni» e che «iniziative unilaterali non risolvono il problema». Al momento dunque l'intervento armato dell'Italia in Iraq resta «un'ipotesi». Lo ripete il ministro dell'Interno Angelino Alfano, ricordando che «in Iraq ci siamo già perché il governo ci ha chiesto un aiuto ed è legittimato dalla comunità internazionale. La Siria è un altro discorso: bisogna evitare di mettere una toppa peggiore del buco e pensare alla Libia». «Non esiste che il governo assuma una decisione come questa senza un via libera del parlamento» rimarca il presidente della commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini, mentre Fabrizio Cicchitto, che guida la commissione Esteri alla Camera non teme «forzature»: «Non credo che il governo Renzi voglia ripetere l'exploit del governo D'Alema», dice riferendosi alla partecipazione ai raid della Nato in Kosovo. Le "regole d'ingaggio", almeno per il momento, non cambiano. Nella missione contro il Califfato, di cui l'Italia fa parte dall'agosto di un anno fa, sono schierati quattro Tornado, un aereo cisterna e due droni Predator senza armamento. Ma nessun "ingaggio di bersagli", né illuminazione per consentire di colpirli: una "consegna" che ora potrebbe cambiare. L'opposizione insorge. I toni più duri sono quelli del Movimento 5 Stelle: «L'Italia non può entrare in guerra senza che prima non ci sia stato un dibattito parlamentare, un'approvazione del parlamento e un'approvazione del presidente della Repubblica - scrive Beppe Grillo sul suo blog - Mattarella, dove sei? Pacifisti dove siete, a girare le frittelle con Verdini e il Bomba alle feste dell'Unità?». I deputati della commissione Difesa, così come Arturo Scotto di Sel, chiedono al ministro Pinotti di riferire in aula: «No alle bombe, no a un'altra logorante guerra». Chiede chiarimenti Maurizio Gasparri, Forza Italia: «È sconcertante che la politica estera si debba apprendere dalla stampa» attacca, mentre il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta, accusa il governo: «Sulla politica estera brancola nel buio» e mentre il leghista Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, teme che eventuali raid possano costringere l'Italia a «elevare il livello di allerta». Unica voce fuori dal coro quella di Giorgia Meloni, Fratelli d'Italia, che chiede un intervento armato anche in Siria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA