l’opinione

Una visita storica: su questo (ed è forse l'unico punto) sono tutti d'accordo, che si tratti di fedeli entusiasti o critici, di credenti o non credenti, di politici conservatori o progressisti, di opinionisti di ogni tipo o di uomini dell'intelligence. Quello iniziato l'altro pomeriggio da papa Francesco - accolto in pompa magna e in modo del tutto inusuale da Obama alla scaletta dell'aereo nella base militare di Andrews vicino Washington - è un viaggio destinato a cambiare mezzo secolo di consolidati (e a volte tesi) rapporti tra gli Stati Uniti e il Vaticano. Nel bene e nel male, a seconda delle proprie convinzioni, idee politiche e religiose, impegno sociale e culturale. Che il Papa gesuita e "rivoluzionario" abbia iniettato una grossa dose di nuova energia (e fiducia) nel corpo di una Chiesa cattolica non troppo in salute è un dato di fatto che anche i suoi più acerrimi avversari non possono negare. Sia nello stile che nella sostanza appare molto diverso dai suoi predecessori e l'enfasi che pone su alcuni temi politico-economici (lotta alla povertà e alle diseguaglianze sociali, ambiente), unita al rigore nella lotta alla corruzione e alla pedofilia all'interno della stessa Chiesa (comprese le più segrete stanze del Vaticano) ne hanno fatto rapidamente un campione dell'opinione pubblica progressista, oltre che, ovviamente, delle centinaia di milioni di fedeli cattolici sparsi per il mondo. Questo vale anche per gli Stati Uniti, ma con una differenza di fondo. Francesco è fondamentalmente un papa globale, non arriva certo negli Usa quasi fosse un politico venuto a corteggiare un elettorato deluso e un po' frustrato e del resto la parte oggi più importante della sua "base elettorale" (i fedeli cattolici) si trova in America Latina e in Africa. Il fatto che sulla dottrina, su alcuni valori fondanti del cattolicesimo e su quello che riguarda più direttamente la sfera etico-religiosa (aborto, matrimoni gay) il Pontefice argentino non sia poi così distante (nonostante un tocco indubbiamente più leggero) da chi lo ha preceduto nel Soglio di Pietro non gli ha alienato le simpatie progressiste (con rarissime eccezioni) neanche nella laica Europa. Negli States lo aspetta un'accoglienza diversa: perché temi come aborto e matrimoni gay qui sono due vere e proprie bandiere cui i progressisti (e per quanto riguarda i gay marriage ormai anche molti conservatori) non intendono assolutamente rinunciare. Per la sua specificità (e per la sua diversità rispetto agli ultimi due Papi) Francesco non rientra in nessuna delle classiche categorie con cui gli americani (politici, commentatori e pubblico) sono soliti etichettare i grandi personaggi (siano leader mondiali, capi religiosi, grandi capitalisti o geni della scienza) che arrivano a Washington. Fanno fatica a capirlo fino in fondo e gli ultimi sondaggi sulla sua popolarità negli Stati Uniti (scesa dal 76 al 59 per cento in poco più di un anno) ne sono un indicatore. Scontato il successo di folla (più o meno oceaniche), il banco di prova politico per il Papa sarà il discorso davanti al Congresso a Camere riunite (prima volta nella storia che accade per un pontefice) quando parlerà di clima, diseguaglianze sociali e dialogo contro estremismo e intolleranze. Gli "opinion maker" parlano di democratici entusiasti e di repubblicani molto nervosi (Jeb Bush, cattolico e con moglie messicana, ha detto "la politica economica non la decidono né i vescovi né il papa"). Forse alla fine gli unici vincitori di questa visita saranno gli addetti al servizio pubblico chiamati ad affrontare la "paralisi papale" con eccezionali misure di sicurezza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA