Senato, spunta un compromesso nel Pd
di Gabriele Rizzardi wROMA Apre la direzione del Pd spiegando che l'elezione diretta dei senatori «non può sussistere» perché negata dalla lettura in doppia conforme ma apre a una sorta di elezione "indiretta" e poi lancia un preciso avvertimento a Pietro Grasso. «Se il presidente del Senato dovesse aprire a modifiche all'articolo 2 si dovrebbero convocare Camera e Senato perché saremmo davanti a un fatto inedito» dice il premier, che subito dopo corregge il tiro. «Qualche autorevole commentatore come Nichi Vendola dice che sto minacciando Grasso. È ovvio che mi riferisco ai gruppi Pd di Camera e Senato perché nei poteri del premier non c'è quello di convocare le Camere». La precisazione, però, non cambia molto le cose. Grasso, che fino ad oggi ha detto che prima di decidere dovrà legge gli emendamenti (per la presentazione c'è tempo fino a mercoledì) è comunque avvertito. Il discorso di Renzi parte dalla "Buona scuola" e dall'immigrazione ma la parte del leone la fanno i temi economici e la ripresa che è stata resa possibile proprio dal cammino delle riforme. Poi, l'attenzione si sposta sul tema più spinoso dei possibili emendamenti al ddl Boschi. La trattativa tra minoranza dem e maggioranza del partito va avanti e dal premier arriva una possibile soluzione. «L'elezione diretta non può sussistere perché c'è già stata una lettura in doppia conforme ma si può pensare ad un meccanismo di indicazione dei senatori sul modello della legge regionale Tatarella del '95» precisa Renzi, che non accetta il "muro" eretto dai 25 senatori della minoranza che hanno presentato 17 emendamenti e torna a ripetere che non accetterà veti. «Noi siamo aperti alla discussione civile e nel merito, ma no ai diktat della minoranza. Se qualcuno vuole usare la Costituzione per fare diktat noi non ci stiamo. E, di fronte al ritornello della svolta autoritaria, viene da rispondere con una risata» taglia corto il premier, che definisce «riduttiva e frustrante» la dialettica nel Pd sugli emendamenti x o y e poi, indirettamente, torna a strigliare chi immagina che sia possibile o sta lavorando alla scissione del Pd. E per farlo, torna sulle recenti elezioni che hanno visto trionfare Alexis Tsipras. «I risultati elettorali in Grecia? Mi limito a prendere atto che le scissioni funzionano molto a livello di minaccia, ma chi di scissione ferisce di elezione perisce... direi che anche Varoufakis ce lo siamo tolto...». Nel Pd si troverà un accordo sulle riforme? «Ci sono tutte le condizioni per chiudere entro il 15 ottobre» assicura Renzi. «Se il meccanismo è quello per il quale gli elettori decidono e il Consiglio regionale si limita a ratificare allora si può ragionare» concede l'esponente della minoranza Alferdo D'Attorre. Sulla questione interviene anche Gianni Cuperlo per il quale la soluzione è «a portata di mano» mentre per Roberto Speranza «è stato fatto un passo avanti». Poi, in serata la direzione del Pd approva all'unanimità la relazione di Renzi ma la minoranza dem non partecipa alla votazione e D'Attorre spiega perché: «Le riforme si votano in Parlamento non in direzione». Tra oggi e domani si capirà meglio del possibile accordo. Quel che è certo è che ieri il grande assente è stato Pier Luigi Bersani, che ha disertato la riunione per partecipare alla Festa dell'Unità a Modena e dice di apprezzare la proposta del premier: «Mi pare che Renzi abbia fatto un'apertura significativa. Se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i Consigli regionali ratificano va bene perché è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto. Meglio tardi che mai...». ©RIPRODUZIONE RISERVATA