Primo trapianto di fegato da un morto
«Dobbiamo prima di tutto ringraziare la famiglia, una famiglia eccezionale, la moglie e i figli del donatore: senza di loro nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile», dice Marinella Zanierato (nella foto), che ha coordinato il prelievo di organi e tessuti, un intervento durato oltre due ore. Perché questa tecnica è così importante? «I donatori sono pochi, anche perché pochi pazienti vanno in morte cerebrale – spiega –. Avere la possibilità di prelevare organi a cuore non battente aumenta il numero di potenziali donatori». Al San Matteo sono stati 20 i prelievi di rene a cuore fermo dal 2008, due quelli di polmoni. Quando si applica? «Quando un paziente va in arresto cardiaco irreversibile – spiega Zanierato – o c'è una lesione cerebrale irreversibile che compromette il battito e il respiro. Solo se non c'è nessuna possibilità di far ripartire il cuore del paziente, trascorsi i 20 minuti per accertare la morte cardiaca, dopo aver informato la famiglia della possibilità di donare gli organi addominali e con l'ok all'Ecmo, si comincia, aspettando che la famiglia decida definitivamente sulla donazione per cominciare il prelievo».di Anna Ghezzi wPAVIA È stato effettuato al San Matteo nelle scorse settimane il primo prelievo a cuore fermo di un fegato, donato da un cinquantenne della provincia di Pavia. Grazie alla tecnica messa a punto dal San Matteo, il fegato perfuso grazie alla circolazione extracorporea addominale dopo l'arresto cardiaco del donatore è stato trasportato a Milano e trapiantato a Niguarda, dando una nuova speranza di vita a un uomo di 40 anni che ieri mattina è uscito dalla Rianimazione. La procedura, mai utilizzata prima in Italia per questo tipo di organo, permette in prospettiva di aumentare il numero delle donazioni facendo crescere la platea dei possibili donatori, e abbattere così i tempi d'attesa: in Italia per un fegato si aspetta mediamente 2 anni. Il doppio intervento del 3 settembre ha coinvolto il Centro nazionale trapianti, la fondazione San Matteo di Pavia e l'ospedale Niguarda. Il San Matteo utilizza questa tecnica dal 2008 per il prelievo di reni. Il prelievo tradizionale degli organi normalmente avviene da un donatore in stato di morte cerebrale (in cui il cuore continua a battere). In questo caso, invece, il decesso è stato dichiarato in seguito alla cessazione dell'attività cardiaca e l'autorizzazione per il prelievo degli organi è arrivata dopo l'accertamento della morte cardiaca, che in Italia è di 20 minuti mentre nel resto del mondo è ridotto a 5-10 minuti. Il prelievo degli organi è stato possibile grazie a delle particolari tecniche di circolazione extracorporea (Ecmo - ExtraCorporeal Membrane Oxygenation) addominale che hanno consentito di "mantenere in vita" gli organi grazie alla perfusione e all'ossigenazione post-mortem per 4 ore. Queste misure sono state adottate per mantenere la normale temperatura corporea e per ritardare il danno da ischemia (mancata ossigenazione), principale minaccia che rischia di compromettere la possibilità di usare gli organi per il trapianto. Il prelievo degli organi è avvenuto al San Matteo di Pavia con l'intervento della dottoressa Marinella Zanierato della Rianimazione uno diretta dal professor Antonio Braschi. A tenere in vita gli organi tramite la circolazione extracorporea è stata un'equipe composta, tra gli altri, dal cardiochirurgo Carlo Pellegrini e dalla perfusionista Antonella Degani. «È la prima volta che preleviamo in fegato a cuore non battente – spiega la dottoressa Zanierato – ma è servita l'esperienza maturata in sette anni nel prelievo di reni con la stessa tecnica». Il fegato prelevato è stato trasferito subito a Niguarda dove è stato trapiantato dall'équipe della Chirurgia generale e dei trapianti, diretta da Luciano De Carlis: «Il fegato ha dimostrato un'ottima ripresa funzionale e il paziente ricevente, sottoposto al trapianto per una grave malattia epatica terminale, è attualmente in buone condizioni generali». Dallo stesso donatore, oltre al fegato sono stati prelevati i 2 reni, trapiantati con successo rispettivamente al San Matteo da Massimo Abelli e Elena Ticozzelli e all'ospedale San Raffaele di Milano. Andrea De Gasperi, coordinatore del prelievo di Niguarda, conferma: «La notizia è importante perché la capacità di mantenere la perfusione degli organi addominali, per evitare il loro deterioramento in stato di arresto cardiaco, nel rispetto dei tempi imposti dalla legge- apre a nuove prospettive per la donazione aumentando la disponibilità per le sempre troppo lunghe liste di attesa». «Abbiamo potuto fare tutto ciò grazie all'utilizzo di tecniche d'avanguardia e grazie al gioco di squadra che vince sempre insieme all'esperienza e al numero di casi trattati – chiude il direttore generale Angelo Cordone –. Inoltre, lavorare insieme a altre strutture ospedaliere permette di ampliare la possibilità di avanzare sempre di più, in maniera sistematica, salvando più persone».