La borgata senza salvezza Caligari erede di Pasolini
Arriva al Lido accompagnato dalle polemiche il nuovo film di Ascanio Celestini, il secondo, "Viva la sposa". Nei giorni scorsi Franco Maccari segretario generale del Coisp, sindacato indipendente di polizia, aveva definito il film «un populistico attacco a chi è chiamato a rappresentare lo Stato» per la presenza di vicende che richiamano quella di Giuseppe Uva e Stefano Cucchi. Ieri la risposta del regista, Ascanio Celestini, a margine della proiezione alla Mostra del Cinema: «Il mio film non è contro le forze dell'ordine. Io non denuncio il livello di violenza che c'è nelle caserme perché non lo conosco, la denuncia casomai dovrebbero farla loro».di Marco Contino wVENEZIA Poteva e doveva essere in concorso "Non essere cattivo", il film-testamento di Claudio Caligari, scomparso il 26 maggio, ma dimenticato da tempo dal sistema cinematografico italiano. Un esordio fulminante con "Amore tossico", presentato alla Mostra nel 1983; la conferma del suo talento, quindici anni dopo, con "L'odore della notte", ancora una volta selezionato a Venezia. Poi più nulla, l'oblio. Ecco perché per Valerio Mastandrea, custode della memoria di Caligari, suo ideale esecutore testamentario e coproduttore di "Non essere cattivo", la presenza al Festival è la realizzazione di un sogno che sembrava impossibile. Tanto che Mastandrea, a ottobre, arrivò a scrivere una lettera aperta a Scorsese per promuovere il progetto dell'ultimo cantore del cinema di borgata post pasoliniano: «Se ami il cinema» scriveva «vieni a conoscere Caligari e rendi possibile la sua visione, dopo tanti anni di resistenza umana alla vita, a questo mestiere e alle sue dinamiche». Ora che "Non essere cattivo" è diventato realtà (da oggi in 60 sale italiane), ci sono la soddisfazione e l'orgoglio di presentarlo nella cornice di un Festival internazionale e la delusione di non poterlo vedere in concorso. «Ci tenevamo» ha dichiarato l'altro coproduttore, Pietro Valsecchi «che il lavoro di Caligari potesse essere inserito nella vetrina più prestigiosa del Festival. Ma Barbera temeva che un film postumo potesse condizionare troppo la sua accoglienza e che un eventuale premio sarebbe stato interpretato come risarcimento tardivo alla memoria dell'autore». Peccato sia andata così, anche alla luce del magro bilancio italiano dopo la proiezione dei primi due film. Caligari, rispetto a Guadagnino e Messina, non abdica mai alla narrazione, né il suo cinema di reietti si fa intrappolare da facili luoghi comuni sulla droga. Il suo è un cinema di contenuti e non di facciata che si muove lungo un percorso ben definito: "Non essere cattivo" chiude una ideale trilogia a più mani composta da "Accattone" di Pasolini e "Amore tossico", ripartendo dal 1995, anno di transizione che marca il ritorno del consumo di eroina nel sottoproletariato e il tramonto dei valori di borgata. A Ostia, Vittorio (che porta lo stesso nome del protagonista di "Accattone") e Cesare (Marinelli) sono fratelli di vita che galleggiano in simbiosi su un lungomare ai margini di una civiltà che osservano attraverso i loro occhi rossi e allucinati, tra notti in discoteca, alcool e spaccio. Il loro legame di strada è destinato ad allentarsi quanto Vittorio (Borghi) cerca, attraverso il lavoro da operaio e una relazione stabile, l'inclusione sociale. Il naufragio, per entrambi, pur in forme differenti, è inevitabile: a sprofondare non è soltanto chi sceglie un'esistenza ai margini, ma anche chi, pur di evitare la deriva di borgata (l'essere cattivo) deve farsi bastare il lavoro da manovale, perché non può ambire ad altro. È il fallimento dell'ideologia del lavoro che priva i protagonisti anche di quel candore che Pasolini indicava come alternativa alla morale borghese. Una autenticità che Caligari ha sempre portato dentro: «Era molto dolce indipendentemente da quello che si pensi del suo lavoro» ha dichiarato Adelina Ponti, madre novantenne del regista «era una persona piuttosto energica e ha insegnato a me e a chi lo ha conosciuto uno stile di vita». ©RIPRODUZIONE RISERVATA