L’Istat conferma la ripresa del Pil e dell’occupazione
di Andrea Di Stefano wROMA L'accelerazione dell'economia italiana e la ripresa dell'occupazione ci sono ma non basta per i mercati colpiti da una nuova bufera, questa volta imputabile all'ipotesi di un rialzo dei tassi da parte della Fed. Secondo l'Istat, il Pil del terzo trimestre sale dello 0,3% portando a consolidare la crescita annuale allo 0,7% anche se «il rallentamento del commercio mondiale avrà un impatto sulle esportazioni diminuendo l'apporto favorevole della componente estera». Bene anche il mercato del lavoro: nei primi sette mesi dell'anno l'incremento degli occupati ha superato le 100 mila unità e le «prospettive dell'occupazione nei prossimi mesi appaiono moderatamente favorevoli». Mercato del lavoro protagonista anche in Usa: in agosto sono stati creati 173.000 impieghi, inferiori ai 215.000 attesi alla vigilia, ma il tasso di disoccupazione è sceso al 5,1% dal 5,3%, ai livelli più bassi dall'aprile 2008. Il Dipartimento del Lavoro ha, però, rivisto al rialzo l'occupazione dei due mesi precedenti, aggiungendo 44.000 posti che hanno portato la media negli ultimi tre mesi a quota 221.000 e quindi è probabile che anche il dato di agosto venga rivisto. Leggendo tra i numeri c'è da notare la debolezza del comparto manifatturiero, indebolito dalla forza del dollaro e dai timori sui paesi emergenti: elementi che potrebbero anche convincere la Fed a non alzare i tassi nel meeting annuale di Jackson Hole il 16 e 17 settembre anche se ieri Jeffrey Lacker, presidente del Distretto di Richmond della Federal Reserve e membro del comitato Fmoac ha ribadito che nonostante la volatilità di questi giorni «è ora di allineare la nostra politica monetaria ai progressi fatti» dall'economia Usa. Proprio il timore di un'inversione di tendenza sui tassi ha affossato ieri nuovamente le Borse. Wall Street viaggiava a metà seduta con gli indici Dow Jones e Nasdaq in flessione entrambi del 2% L'indice Stoxx 600, che fotografa l'andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente, ha ceduto il 2,37%, e bruciato 181 miliardi di euro. Tra le piazze europee, la peggiore è Milano (-3,2%) seguita, nell'ordine, da Parigi (-2,8%), Francoforte (-2,7%), Amsterdam (-2,6%) e Londra (-2,4%): Piazza Affari ha terminato la settimana con una perdita di oltre il 3% (-3,18%). Un quadro abbastanza chiaro dei timori che circolano a livello internazionale lo ha tracciato ieri anche il centro studi di Confindustria: «Il rischio è quello di stagnazione secolare» per l'economia mondiale. Tra le cause il rallentamento demografico, minori investimenti e una più debole dinamica della produttività: per uscire da questa situazione, suggerisce Confindustria, occorrono politiche per rilanciare la domanda, favorire la spesa in ricerca e sviluppo e procedere con le riforme strutturali, puntando sul manifatturiero, motore dello sviluppo. Nelle stime l'aumento del Pil mondiale è deludente: nel 2015 +3,2% e nel 2016 +3,6%, rispetto al +5,1% del periodo pre-crisi (media annua nel 2002-2007). A rallentare maggiormente sono le economie emergenti: dall'inizio della crisi le prospettive di crescita sono diminuite di mezzo punto percentuale nei paesi avanzati (da +2,6% medio annuo nel 2008 a +2,1% nel 2015) e di quasi due punti in quelli emergenti (da +7,0% a +5,1%). ©RIPRODUZIONE RISERVATA