Senza Titolo
SPORCIZIA Cara Pavia, non farmi vergognare n Sono nata a Pavia e qui vivo. Sono stata recentemente in gita a Lourdes, in macchina, con delle care amiche. Al rientro, la sera di Ferragosto, mi sono vergognata di essere pavese. Il ponte dell'Impero non era illuminato, era sporco e con molte erbacce. In viale della Libertà, biglietto da visita della città, i giardini erano invasi da erbacce e cartacce. In Francia, lungo il tragitto per raggiungere la nostra meta (1.100km circa), le strade e i giardini erano ben curati e le rotonde una vera meraviglia: con fiori, verdure ornamentali e piante. Siamo vicinissimi a Mi-Rho, in cui Expo richiama gente da tutto il mondo: non è possibile mantenere la città pulita e ordinata? Mi sembra una cosa doverosa. E speriamo che sia anche fattibile. Penso che siano tanti i pavesi che la pensano come me. Vogliamo essere orgogliosi della nostra città. Lella Caldani e le amiche Pavia CARCERE Sei morti per la riforma che non c'è n Partendo dall'idea che di galera non si debba parlare, dei morti ammazzati dentro una cella neppure, del suo sovraffollamento meno ancora, volendo così significare che l'ingiustizia è stata finalmente sanata, mi viene un pensiero: più la galera sarà ridotta a un lazzaretto, più chi poco conosce della prigione risulterà contento. Chiaramente si tratta di una disattenzione che renderà il cittadino ulteriormente allarmato, ovvero alla ricerca di sempre nuove sanzioni restrittive che però non risolveranno i problemi che affliggono la società di cui è parte. Una sorta di autoipnosi collettiva, perché è provato dalla recidiva inequivocabile che le carceri punitive non consentono alcuna rieducazione, alimentando ben poca "sicurezza" per i cittadini che invece auspicano una giustizia giusta. Sul carcere è franato un silenzio spesso come la pece, c'è silenzio feroce della notizia, non bisogna parlarne troppo, occorre evitare strilli e urla, sono "eventi critici" che dalla notte dei tempi appartengono al novero delle "insindacabilità" carcerarie. Sei detenuti suicidi, ognuno ospite in un Istituto diverso, ciascuno strozzato in gola, con le orbite esplose nei polmoni. Sei persone all'ammasso, corpi denudati, cadaveri in cerca d'autore. Sei residenti in quella sorta di terra di nessuno, dove non si vuole guardare, sei interrogativi rapinati brutalmente di soggetto e complemento oggetto, sei uomini azzerati della propria esistenza nello spazio di un mese o giù di lì. Manca il personale, non ci sono mezzi necessari a tutelare e garantire se non una parvenza vita, una possibile sopravvivenza. In questi frangenti le colpe non sono mai di nessuno, ovvero sono "semplicisticamente" riconducibili alla fragilità umana, genuflessa al peso della colpa e del rimorso incombente. Episodi licenziati sbrigativamente dall'urto e nel fastidio della piaga endemica dell'Amministrazione penitenziaria, il sovraffollamento, come unica condizione d'irrappresentabilità della pena da scontare. Non c'è da farla tanto lunga, tante e troppe persone per bene muoiono ingiustamente nel consorzio sociale libero! Non fa una grinza, ma forse c'è da tener in debita considerazione che queste morti appartengono anch'esse a cittadini detenuti sì, ma a norma di legge con le mani e con i piedi interamente affidati allo Stato che li detiene, che non dovrebbe spogliarli della dignità. C'è arrendevolezza di comodo al male minore, rispetto alla condizione di inaccettabilità cui è costretto il carcere. Sei detenuti di ogni età, terra di origine, si sono "volutamente" estinti in altrettante regioni della penisola, dunque non è la solita letteratura di parte che riguarda una ben definita Cayenna, quel famoso inferno, quella unica e malcelata dependance del diavolo. Sei esseri umani hanno preferito la ferita scarnificata al collo, il cappio stretto alla gola, se ne sono andati in sei nell'arco di un mese, scacco alla sofferenza, al dolore, all'abbandono e alla follia che imperversa in ogni disperazione solitudinarizzata da una politica scardinata dei propri ideali. Sei morti ammazzati nello scorrere di qualche settimana non sono una miserabile materia di rimbalzo, tacerne la gravità sottende latitanza di una dignità da rispettare per norma costituente, se non per un diritto e un dovere di umanità che riguarda l'intera collettività. Forse è giunto il tempo di mettere mano davvero alla riforma penitenziaria, quanto meno per riconsegnare al carcere il suo scopo e la sua utilità. Vincenzo Andraous Pavia POLEMICA Povera Italia ma quante tasse! n Ho sentito che un alto personaggio, funzionario istituzionale, ha affermato che in Italia siamo oltre il limite di tassazione sopportabile: tutti gli altri paesi della Comunità Europea hanno livelli di tassazione ben inferiori. Gli imputati maggiori di questo fenomeno sono gli amministratori comunali. Ma come fanno i cari sindaci a garantire ai concittadini i servizi essenziali se il governo centrale fagocita le entrate? Un fatto certo: alla grande mangiatoia del governo centrale tutti affluiscono, depauperandola man mano che viene rifornita. Ritengo che le alte autorità politiche, Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e chi più ne ha più ne metta, dovrebbero intervenire cercando di far modificare la Costituzione nella parte relativa al numero di Senatori, Deputati, Assessori Regionali e così via, che in Italia è quasi incommensurabile. E' possibile, per quanto ne so io, che la Casa Bianca costi agli elettori circa la metà del Quirinale? Negli Stati Uniti ci sono circa 101 Senatori ed i Deputati al Congresso sono 300 (per300 milioni di abitanti contro i circa 60 milioni dell'Italia). E non parliamo, tornando a noi, del gran numero di assessori regionali, che tengono il vinavil sulle loro poltrone! Ad essi vanno la gran parte dei denari delle tasse pagate dai cittadini (che le pagano...). Così come i singoli imprenditori (artigiani, commercianti) che addirittura debbono pagare le tasse prima ancora di aver visto i profitti della loro fatica. E' chiaro che così lo Stato non può andare avanti, e che le piaghe dell'Italia non potranno che aumentare. Primio Toscano Pavia