L’OPINIONE
Finegil Editoriale S.p.A CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Carlo De Benedetti (Presidente) Monica Mondardini (Amministratore delegato) Lorenzo Bertoli (Consigliere preposto alla Divisione Nord Ovest) Consiglieri: Gabriele Acquistapace Fabiano Begal Roberto Bernabò Lorenzo Bertoli Pierangelo Calegari Antonio Esposito Domenico Galasso Roberto Moro Marco Moroni Raffaele Serrao Quotidiani locali Gruppo Espresso Direttore Generale: MARCO MORONI Direttore Editoriale: ROBERTO BERNABO'(segue dalla prima pagina) C'è però qualcosa di più serio dietro a queste scomposte esternazioni dei campioni del populismo nostrano. È ormai ben chiaro a tutti che la Chiesa, e la Cei nella fattispecie, esercita il suo magistero spirituale lanciando appelli, e talvolta anche accuse, dalla evidente valenza morale, obbedendo al suo compito di annuncio profetico del Messaggio evangelico di carità e amore universale. Come potrebbe non farlo, senza venir meno alla sua missione? Ma pretendere di tradurre senza mediazioni di razionale concretezza un appello etico che si fonda su un orizzonte di fede religiosa rischia di essere poco efficace proprio per tentare di fare quel poco che si può qui ed ora, in questo mondo segnato dal peccato originale e destinato a non vedere soluzione al problema del male e della sofferenza umana, per rendere meno doloroso il passaggio su questa terra dei fratelli meno fortunati. Che sono appunto i migranti. Certo l'Europa sta dando una prova tragicamente evidente di incapacità a farsi carico di un problema che non può essere lasciato solo ai Paesi in cui arrivano quei migranti attraversando mari o superando monti che segnano i confini dell' Europa stessa, non solo degli Stati di confine dell'Unione. Ma è grottesca la sproporzione tra le decisioni prese a livello comunitario e la situazione reale. Si è giunti solo dopo lunghe e difficili trattative alla conclusione che sappiamo. Trentaduemila profughi saranno redistribuiti tra i Paesi che volontariamente li accoglieranno nelle quantità che decideranno. Ma Austria, Ungheria, Danimarca e Regno Unito si rifiutano di accoglierne. È un numero che parla da solo, di fronte a quelli delle centinaia di migliaia di migranti che si riversano sulle coste italiane o greche, o che attraversano i confini montuosi dei Balcani. Nel solo mese di luglio scorso in trentacinquemila hanno varcato i confini dalla Serbia verso Paesi dell'Unione. E non citiamo nemmeno i numeri degli sbarchi sulle nostre coste. La distinzione tra profughi da Paesi in guerra che richiedono asilo e migranti da Paesi in cui è endemica la fame aiuta davvero poco. Certo può essere prioritario il soccorso a chi riesce a fuggire dall'inferno della Siria, ma non appare né concretamente realistico né moralmente accettabile il rimpatrio di tutti quei disperati che hanno rischiato la vita per giungere da noi, con donne e bambini, rischiando di perdere la loro vita in mare o sulle montagne perché nulla hanno da perdere nei loro Paesi di origine, dove le condizioni di vita sono disumane e il rischio di morire di fame e malattie è probabilmente assai più alto di quello che affrontano migrando verso l'Europa. L'Onu ha recentemente diffuso i dati sulla crescita stimata delle popolazioni del globo al 2050. Bene, l'Africa vedrà da qui ad allora più che raddoppiata la sua popolazione. Da 1,2 miliardi a 2,5 miliardi. Cosa dobbiamo aspettarci noi europei, nei prossimi anni? La bomba demografica africana scoppierà addosso ai nostri figli ed ai nostri nipoti. Fermare l'esodo biblico dei prossimi decenni sarà un'impresa (quasi) impossibile. Non c'è bisogno di essere emuli di Cassandra per fare questa previsione. Che tutti vorremmo fosse smentita dai fatti. Per poter, però, almeno sperare in una smentita della fosca previsione di cui sopra, l'unica possibilità è davvero quella di "aiutarli a casa loro", ma non usando queste parole come semplice slogan, come fanno in parecchi dalle nostre parti. In altri termini: l'Europa dovrà intensificare fortemente e concretamente la sua ad oggi insufficiente attenzione politica nei confronti dell'Africa. L'Unione per il Mediterraneo sottoscritta da 47 Paesi delle due sponde dovrebbe essere rilanciata, con aiuti forse ancor più qualitativamente che quantitativamente adeguati per lo sviluppo dell'Africa subsahariana, tanto per cominciare. Ha ragione il commissario Ue Avramopoulos di ricordare che l'Unione investe per la cooperazione lo 0,7 del suo Pil, circa 58.2 miliardi nel 2014. Ma bisogna fare meglio nell'utilizzo mirato di quei fondi. È l'unica speranza, per l'Africa del nord, ma anche per l'Europa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA