«Febbre del Nilo, a rischio gli anziani»

di Maria Grazia Piccaluga wPAVIA Dal corso del Po il virus del Nilo ha raggiunto anche la Lomellina. E i casi tra il Lodigiano e la Bassa Pavese, dove le zanzare culex pipiens hanno acceso l'ultimo focolaio, sono passati da due a quattro solo in pochi giorni. Ne parliamo con il professor Lorenzo Minoli, primario del dipartimento di Malattie Infettive del San Matteo. Professore, uno dei pazienti infettati abita a Chignolo Po. C'è da preoccuparsi? «Bisogna stare attenti a non farsi pungere dalle zanzare e fare prevenzione, ma senza allarmismi. La febbre del West Nile è uno dei nuovi virus comparsi sul nostro territorio già da qualche anno e la stiamo monitorando». Il focolaio potrebbe allargarsi? «Non avviene una trasmissione diretta da uomo a uomo. Ma si è infettati dagli insetti. Occorre che Asl e Comuni adottino misure serrate di lotta alle zanzare, per quanto il nostro territorio sia disseminato di aree verdi, stagni, risaie. E' utile poi usare propellenti e coprirsi con indumenti lunghi se si sta all'aperto la sera, per evitare di essere punti». Corvi e passeri contribuiscono alla diffusione. «Si, sono degli incubatori del virus. Come pure i cavalli. Le zanzare pungono gli uccelli, che magari sono infetti, e poi contagiano l'uomo. La grande epidemia negli Stati Uniti s è diffusa proprio così». Quali sintomi devono preoccupare? «Febbre alta persistente, mal di testa importante che non passa con i normali farmaci, ingrossamento dei linfonodi e la comparsa di deficit motori e cognitivi. Ma anche segni di meningite ed encefalite come la rigidità della nuca». Ci sono categorie più a rischio? «Gli anziani con altre patologie e i pazienti immunodepressi. Altrimenti la maggior parte delle persone infettate non mostra alcun sintomo. Il virus fa il suo corso e si esaurisce in qualche giorno o settimana. In alcuni casi determina blandi sintomi parainfluenzali. In una percentuale che varia dall'1 al 10% possono invece manifestarsi complicanze. E tra questi pazienti l'1 per cento può avere effetti neurologici permanenti. Più rari, ma si sono verificati, anche i decessi». Come si cura? «Non esiste un vaccino e nemmeno una terapia specifica ma solo sintomatica per curare le complicanze. Bisogna aspettare che il virus passi e si generino gli anticorpi». Una diagnosi precoce dunque è fondamentale. «Assolutamente si. I medici di famiglia sono allertati e in genere i pazienti vengono inviati al pronto soccorso. Al San Matteo la Virologia effettua la ricerca del virus nel sangue e anche nelle urine. Ed è necessario intervenire subito. Lo scorso anno in Italia un uomo contagiato, non diagnosticato in tempo, ha avuto complicanze gravi». Come gestire la donazione del sangue sicura? «I donatori vengono tutti sottoposti a test. Per le province considerate a rischio in Italia, Avis procede con la sospensione delle donazioni per 28 giorni da quando si è soggiornato anche per una sola notte nelle zone ritenute a rischio. Dopo i controlli vengono riammessi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA