l’opinione

Finegil Editoriale S.p.A CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Carlo De Benedetti (Presidente) Monica Mondardini (Amministratore delegato) Lorenzo Bertoli (Consigliere preposto alla Divisione Nord Ovest) Consiglieri: Gabriele Acquistapace Fabiano Begal Roberto Bernabò Lorenzo Bertoli Pierangelo Calegari Antonio Esposito Domenico Galasso Roberto Moro Marco Moroni Raffaele Serrao Quotidiani locali Gruppo Espresso Direttore Generale: MARCO MORONI Direttore Editoriale: ROBERTO BERNABO'(segue dalla prima pagina) Un Pil, insomma, maggiore di quello della Cina e di quello degli Stati Uniti. Un'area dove gli stipendi medi sono da trenta a cinquanta volte più cospicui. E dove, nonostante i sette anni consecutivi di vacche magre (la nostra lunga crisi economica), il tenore di vita è il migliore che si possa desiderare. Basterebbe questo piccolo gioco di ruolo per realizzare come mai le migrazioni verso Nord non si fermano, pur in presenza di un alto rischio di naufragio o di un respingimento davanti a muri che spuntano sempre più copiosi, ultimo quello rizzato dal governo di Budapest tra Ungheria e Serbia. E per assumere, finalmente, quel concetto di povertà relativa, per il quale Amartya Sen ha vinto il premio Nobel e viene sistematicamente applaudito nelle nostre università. Salvo dimenticare l'insegnamento ogni volta che finisce l'evento cultural-mondano. Se si insiste un po' più a lungo con quel cannocchiale rovesciato si scoprirà persino che, a scorno della riottosità di una fetta sempre più vasta di popolazione, abbiamo costruito nonostante noi un'idea di Europa, un modello Europa. Valido soprattutto fuori dai confini del Vecchio Continente. Non si spiegherebbe altrimenti quella corsa affannosa e affannata per entrare nell'Unione europea, di qualunque Paese si tratti poco importa. Noi siamo Bengodi, come lo sono gli Stati Uniti d'America per i messicani. In questo senso noi siamo già gli Stati Uniti d'Europa. E suonano sconcertanti gli scaricabarile sugli immigrati che fino a ieri contrapponevano l'Italia alla Francia (persino le Regioni d'Italia l'un contro l'altra armate), la Grecia all'Ungheria, la Spagna alla Gran Bretagna. Dove trovano un tappo, quei disperati spinti dalla necessità inaugurano un'altra via dove rovesciarsi. Si moltiplicano le rotte lungo il Mediterraneo o per i tracciati terrestri che valicano i Balcani. Al netto del panorama, sono simili Lampedusa e Calais, Melilla e la frontiera bulgara. Col "problema" in casa, Hollande e Cameron scoprono di essere sulla stessa zattera di Renzi e Tsipras. Una zattera alla rovescia, perché la nostra zattera, la zattera Europa, è, nei sogni dei profughi, il porto sicuro. Se, in nome dell'emergenza comune, si superassero davvero gli egoismi nazionali, la supposta "minaccia" dell'immigrazione da limite si potrebbe trasformare in opportunità. Coi governi che prendono coscienza di essere una piccola parte di uno spazio più vasto e sulla nuova dimensione del Vecchio Continente si mettono a ragionare. Dove "vecchio" in questo caso non è solo un sinonimo di "storico" ma assume il significato più letterale e pieno di un'area dove la popolazione indigena è sempre più anziana, si fanno meno figli. E nuove braccia e nuova linfa sono assolutamente indispensabili per mantenere il livello di Pil e preservare un welfare frutto di battaglie di civiltà, ma costoso. Solo così le terre di confine, di primo o secondo approdo, come Trieste o Gorizia, non si sentirebbero abbandonate a se stesse da un potere centrale, sia esso Roma o Bruxelles, incurante delle periferie. Solo così si sentirebbero parte di un progetto armonioso perché equamente spalmato dal Mediterraneo al mare del Nord, dal Balcani all'Atlantico, nella condivisione di una responsabilità che deriva dalla nostra ricchezza e dall'acquisizione di quel corpo di diritti di cui giustamente meniamo vanto perché sono un faro non solo per i nostri figli ma anche per i figli degli altri. Se siamo l'Europa, cioè il frutto di un cammino lungo verso il progresso e l'incarnazione di un esempio, dovremmo ricordarcene ogni volta che un forestiero bussa alla nostra porta e semplicemente chiede: «Voglio entrare». ©RIPRODUZIONE RISERVATA