L’OPINIONE
(segue dalla prima) a denunciare, in un'intervista il «caos poco edificante» dei numeri sul lavoro, e ad avvertire del fatto che la ripresa italiana è ancora troppo debole perché se ne possano già avvertire, in modo significativo, gli effetti sull'occupazione. Tempo pochi giorni, e il caos riprende. L'Inps di Boeri dà il suo bilancio semestrale dei dati sui contratti, e il premier cinguetta, citando Califano: «Crescono i lavori stabili, più 36%. Come era quella del Jobs Act che aumenta i precari? #italiariparte... tutto il resto è noia». Non si era mai visto, nella storia della politica italiana e della sua propaganda, un tale uso dei numeri. Per un verso, è positivo: vuol dire che persino il mondo politico italiano ha scoperto l'importanza dei dati nell'era delle nuove tecnologie dell'informazione. Ma ha cominciato dalla fine: la comunicazione. E proprio sul nervo scoperto, il lavoro. Il presidente del consiglio e il ministro del lavoro hanno tutto l'interesse a mostrare che il loro jobs act funziona. E così anche il presidente dell'Inps Tito Boeri, per fedeltà alle sue idee più che al governo che l'ha nominato: è lui l'inventore della formula del contratto a tutele crescenti, che, sia pure in versione edulcorata, è legge in Italia dai primi di marzo. Ma a tutti gli altri la cosa che preme di più sapere è: si è invertita la rotta, nel lavoro italiano? Nella risposta a questa domanda, aiuta il ragionamento del presidente Istat. Che ci avverte: un conto sono i dati amministrativi, un altro le statistiche. I dati che pubblicano il ministero del lavoro e l'Inps sono amministrativi: ci dicono quanti contratti sono stati firmati, quanti sono cessati. Quelli dell'Istat sulle forze lavoro sono il risultato di indagini campionarie. Non è che gli uni siano veri e gli altri falsi: sono diversi. Basta sapere quel che si misura: ai contratti non corrispondono sempre le persone. Vale a dire, se in un semestre sono stati firmati 2,8 milioni di contratti non vuol dire che ci sono 2,8 milioni di posti di lavoro in più. E un saldo positivo tra attivazioni e cessazioni non equivale a un aumento di occupati: per esempio, una persona che fa sostituzioni o lavori stagionali, potrebbe aver avuto 5 contratti attivati e 4 cessati nell'arco di sei mesi. Questo spiega perché ai dati rosei di Inps e ministero fanno da contraltare i numeri grigetti dell'Istat: nelle indagini di quest'ultimo si contano davvero le "teste". E ne viene fuori un aumento molto piccolo - per ora - dell'occupazione, e la conferma di un altro fenomeno, importante: lo spostamento, nell'ambito della tipologia dei contratti, verso forme di lavoro più stabili. Quello che ancora si chiama il tempo indeterminato, ma che è un po' diverso da com'era qualche mese fa, poiché adesso le imprese possono licenziare più liberamente. Dunque, da quando c'è il jobs act e - soprattutto - da quando ci sono gli sgravi contributivi per i neo assunti, è aumentata la quota di assunzioni stabili (dal 33 al 40%). Risultato positivo, al quale sono stati destinate rilevantissime risorse pubbliche. È aumentato anche il saldo tra attivazioni e cessazioni di contratti (di 314mila unità, tra il primo semestre 2015 quello 2014), ma questo non vuol dire che è salita nella stessa misura l'occupazione: le imprese potrebbero aver licenziato o rimandato le assunzioni a fine 2014, in attesa degli sgravi; potrebbe esserci un effetto di emersione del lavoro nero; o uno spostamento dal precariato al contratto a tutele crescenti. Ma soprattutto: al di là degli sgravi e degli articoli 18, le imprese assumono gente se prevedono di vendere prodotti. E la ripresa italiana è ancora debole, da prefisso telefonico. Domani ne sapremo di più con i dati Istat sul prodotto interno lordo.