Alberto non ha pagato i danni ai Poggi

di Anna Mangiarotti wGARLASCO I Poggi chiedono a Stasi di pagare il milione di euro di danni stabilito dalla sentenza di condanna per l'omicidio di Chiara. Ma Alberto risponde, tramite i suoi legali, che se ne parlerà dopo la nuova pronuncia della Cassazione, a dicembre. Oggi è l'ottavo anniversario del delitto di Garlasco: il 13 agosto 2007, fu Alberto Stasi a dare l'allarme dopo aver trovato il cadavere della fidanzata 26enne, nella villa di famiglia in via Pascoli. Unico sospettato del delitto, è stato due volte assolto e poi condannato a 16 anni di carcere, con sentenza del 17 dicembre 2014. Il verdetto è immediatamente esecutivo per il risarcimento riconosciuto alla parte civile: «Più volte è stato sollecitato il pagamento – dice l'avvocato Gianluigi Tizzoni, legale dei Poggi – abbiamo avuto una risposta pochi giorni fa: la difesa chiede di aspettare fino alla chiusura della vicenda processuale». Il prossimo 11 dicembre è fissata l'udienza in Cassazione, a Roma, per valutare i ricorsi presentati dalla difesa che aveva chiesto l'assoluzione, e dell'accusa che aveva chiesto trent'anni di carcere. «I Poggi hanno inviato un'ingiunzione di pagamento – dice l'avvocato Giuseppe Colli, che rappresenta Alberto Stasi con gli avvocati Angelo Giarda e Fabio Giarda – ma Alberto è innocente, abbiamo fiducia nella Cassazione». A Natale 2013 è morto il padre, Nicola Stasi, dopo una breve malattia: il figlio oggi 32enne avrebbe rinunciato all'eredità per non avere beni pignorabili. Concluso il praticantato in uno studio di commercialista a Milano, Alberto ha superato l'esame di Stato. «Attualmente, aiuta la mamma nella gestione della rivendita di autoricambi a Garlasco», dove madre e figlio vivono ancora nella villa di via Carducci. Secondo la difesa, la condanna è stata «superficiale», e trascura le motivazioni della prima assoluzione «distorcendo le dichiarazioni dei testimoni pur di non ammettere elementi a difesa dell'imputato». Fra l'altro, la difesa nel suo ricorso cerca di smontare uno degli indizi più pesanti: le suole rimaste pulite delle scarpe di Alberto. Secondo i periti dell'appello bis, era praticamente impossibile per Stasi che dice di aver scoperto il cadavere della fidanzata riverso sulla scala interna per il garage, arrivare a vedere Chiara già morta senza sporcarsi le suole di sangue. La difesa cita le perizie del processo di primo grado che sostenevano il contrario, perché le scarpe avevano suole idrorepellenti e le macchie di sangue erano ormai secche. La condanna a 16 anni non ha riconosciuto l'aggravante della crudeltà, contestata dall'accusa perché Stasi avrebbe ucciso Chiara «con una condotta insensibile e spietata». «Oltre all'atteggiamento poco collaborativo dell'imputato – dice Tizzoni – il processo di appello bis ha raccolto nuovi elementi a suo carico, come le analisi delle impronte di Alberto sul dispenser nel bagno, dove certamente ha sostato il killer perché c'erano orme insanguinate sul tappetino. Ci aspettiamo una conferma della condanna». ©RIPRODUZIONE RISERVATA