L’OPINIONE
(segue dalla prima) incidente di percorso solo parzialmente sanato dall'approvazione finale. Protagonista dell'ennesima virata sul tema della giustizia, attraverso il salvataggio del senatore Azzollini. Ma proprio la vicenda del parlamentare Ndc ci aiuta a fare il punto sul percorso che porta al Partito della Nazione. Potremmo partire dalle valutazioni di merito: sulla legittimità della richiesta di carcerazione, sulla presenza di fumus persecutionis. Potremmo leggere la medesima vicenda attraverso la lente della ragion politica, che investe i rapporti interni alla maggioranza. Solo queste considerazioni potrebbero - forse - esaurire il discorso. C'è però un terzo piano di lettura, ancor più interessante dei due appena evocati. Esso riguarda il ruolo del Pd(R) all'interno del sistema politico. Il partito di Renzi ambisce a diventare Partito della Nazione: un partito pigliatutti, capace di pescare in bacini elettorali eterogenei (e, in passato, non comunicanti). Di rappresentare il Paese nella sua interezza. Per questo, contiene pulsioni di tipo diverso: al suo interno, nei rapporti con l'elettorato, dentro il Parlamento. È trasversale rispetto alle fratture del passato. E supera la linea divisione che ha caratterizzato l'intera Seconda Repubblica. Tra garantismo e giustizialismo: partito dell'impunità e partito delle manette. O meglio: li contiene entrambi. Oscilla tra l'uno e l'altro. A seconda delle situazioni. E delle convenienze del momento. Un cambio di paradigma non da poco per il centro-sinistra. Dopo anni trascorsi a difendere, senza se e senza ma, l'azione e l'indipendenza della magistratura, ecco il tentativo di marcare la propria indipendenza dalle toghe: perché «i Senatori non sono passacarte della Procura di Trani», ha dichiarato Renzi. In questo quadro si inserisce la (studiata) simmetria delle posizioni espresse dai due vice-segretari Guerini-Serracchiani, le cui dichiarazioni antitetiche disegnano uno spazio ben più ampio. È lo spazio del Partito della Nazione. Da Cuperlo a Verdini: i cui volti delimitano i confini dell'attuale maggioranza. Da Berlusconi a Grillo: l'interprete di un ventennale scontro con la magistratura e il tribuno anticasta. Da Genovese ad Azzollini: parlamentari con storie diverse, ma soggetti, ad un solo anno di distanza, a scelte di segno diametralmente opposto. Tra i due casi, un ulteriore, profondo deterioramento del quadro politico-giudiziario che, a livello locale, ha investito amministratori e candidati. La prosecuzione dell'eterno dibattito sulla riforma della giustizia. In particolare, sulla questione-intercettazioni. Con il Pd schiacciato tra opposti radicalismi: l'intransigenza giacobina che urla contro il Palazzo dei corrotti; il populismo che dipinge i magistrati come sovversivi pronti a sostituirsi alla politica. Risultato: un'altalena tra posizioni di diverse. «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini...». La frase è del poeta statunitense Walt Whitman: quello di «O capitano! Mio Capitano!». Il sociologo Alessandro Dal Lago la riprende in un recente libro sul M5S (Clic!, edito da Cronopio). Ma, in fondo, potrebbe essere applicata a qualsiasi partito pigliatutti. A leader che puntano al 100% del consenso. Vogliono tutti. E, per questo, rappresentano tutto. (E il contrario di tutto, o quasi). Le contraddizioni, naturalmente, possono pesare, sotto il profilo del consenso. Specie su una materia delicata come quella della legalità. Ma all'ambivalenza dobbiamo abituarci: è un elemento connaturale al partito pigliatutti (e pigliatutto). Al Partito della nazione. Specie se la nazione in questione è l'Italia: un Paese in continua oscillazione tra vizi privati e pubbliche ondate di moralizzazione.