L’agricoltura di precisione ora può sfruttare i droni
di Pierluigi Depentori Siete sicuri che i droni servano solo a scattare delle belle foto dall'alto, come se fossero l'ultimo giocattolino tecnologico da regalare a qualche bimbo hi-tech un po' cresciutello? Girando per l'Expo si direbbe proprio di no. E, guarda caso, sta diventando un oggetto del desiderio in un settore che nel pensiero popolare è considerato uno di quelli più old in assoluto, e cioè l'agricoltura. Agricoltura di precisione, per esser... precisi. Sì, perché a parte il gioco di parole fin troppo facile, le nuove tecniche discusse anche in un partecipato convegno durante l'esposizione universale ha messo in luce approcci e tecniche che sembravano davvero futuribili, e che invece sono già realtà. Come? Basti pensare a quello che succede in certe zone del Nord America o del Giappone, avanti anni luce rispetto a noi. Sistemi di guida assistita per l'aratura su trebbiatrici e seminatrici, con tanto di computer e ricevitore Gps a bordo, droni di ultima generazione usati per la concimazione e la disinfestazione, dosando le sostanze a seconda della fertilità del terreno e alla tipologia di coltivazione. Altro che il nuvolone bianco sparato da certi trattori nelle nostre campagne, dove spesso nemmeno l'agricoltore stesso sapeva quali sostanze (e con che dosaggi) stava "sparando". Il Giappone è avanti anni luce, se pensiamo che l'uso di droni per i diserbanti e i fertilizzanti ha ormai raggiunto il 30% del totale, e anche l'America non sta certo a guardare e ha avviato un progetto specifico per usare i droni nei vigneti grazie all'accordo tra University of California e Yamaha. Ma l'Italia sta davvero a guardare? Certo che no, basti pensare che ancora nell'ottobre dello scorso anno a Roma era andata in scena una Drone conference per fare il punto della situazione. E in quella sede era stato presentato anche un "Agrodon", un quadricottero in grado di concimare e spargere fitofarmaci (o anche solo controllare) fino a 10 ettari di terreno in un'ora. L'autonomia è di circa venti minuti, e attualmente può volare fino a venti metri d'altezza: due aziende che producono mais l'hanno testato in lungo e in largo su oltre duecento ettari nella zona del Mantovano per la lotta alla piralide, un lepidottero che l'anno scorso aveva compromesso circa il 30% delle coltivazioni. Ebbene, spargendo qualcosa come 185 mila uova di un insetto capace di combattere il parassita, la piralide è stata quasi cancellata. Certo, chi pensa che l'agricoltore del futuro possa starsene in panciolle a guardare le macchine fare il lavoro al posto suo si sbaglia di grosso: i costi della tecnologia sono ancora molto alti, e l'utilizzo specifico dei droni e degli altri strumenti necessita di competenze specifiche ed esclusive, attualmente in mano più agli scienziati che agli agricoltori. E poi naturalmente c'è la questione di base, cioè quella di sostituire l'esperienza di decenni di lavoro "sul campo" con programmi computerizzati standard che difficilmente potrebbero tenere conto delle singole specificità di un determinato campo da coltivare. Insomma, la strada è tracciata e gli agricoltori italiani rischiano di perdere un treno in corsa lanciato a tutta velocità se non capiscono in fretta quanto questa rivoluzione possa rappresentare il presente più che il futuro. @pierdepe ©RIPRODUZIONE RISERVATA