PARITARIE, LE TASSE SI PAGANO
di GALATEA VAGLIO Mettiamo il caso che voi abbiate un negozio di alimentari in un quartiere periferico, frequentato dai vecchietti del vicinato che non hanno la macchina per andare altrove. Svolgete una funzione pubblica importante in quel quartiere, di certo, perché gli anziani non si sentono abbandonati e possono fare le spese in autonomia. E anche di socializzazione, perché per quel quartiere siete un punto di riferimento. Ma siete una attività commerciale, perché i generi alimentari li fate pagare ai vecchietti, ed anche agli altri clienti. E anche se i ricavi sono magari minimi e ci campate appena, sono pur sempre ricavi. Se voi come negoziante, improvvisamente, diceste al sindaco: «Beh, visto che io in questo quartiere sono un punto di riferimento, non ti pago più l'Imu, altrimenti mi tocca chiudere. Voglio l'esenzione.» Il sindaco, anche se animato dalla migliore disposizione d'animo, risponderebbe: «Mi spiace, ma l'Imu la devi pagare. Sei un commerciante, vendi i tuoi prodotti, e non esiste che tu non paghi allo Stato quanto dovuto. Se non ce la fai, chiudi». Ecco, se si cambiano i protagonisti della vicenda, appare molto più chiara la motivazione per cui la Corte di cassazione ha rigettato la pretesa delle scuole cattoliche di Livorno e deciso che devono, le scuole private, pagare l'Imu. Perché sono attività commerciali. Chiedono, in cambio del loro servizio, un compenso, ovvero la retta. Che è giustissimo e legittimo, però ciò li qualifica come imprenditori. Ed un imprenditore, in un regime di libero mercato, deve calcolare fra le spese da sostenere per mandare avanti la sua attività, anche il pagamento delle tasse dello Stato. Non si tratta di un optional pagare le tasse. Non si può chiedere un'esenzione perché si è simpatici, o perché si svolge un servizio importante. Non si può nemmeno smettere di pagare adducendo il motivo che si guadagna poco o quasi nulla. Se ti fai pagare, che tu "venda" istruzione o scarpe, devi necessariamente dare allo Stato quanto dovuto. Per cui se esiste una tassa sugli immobili che sono occupati da attività commerciali, le scuole private, dal momento che "vendono" istruzione, devono pagare la tassa, come ogni altra attività. È inutile dire che l'istruzione non si "vende". Se non si vendesse come un prodotto, le scuole private non avrebbero ragione di chiedere una retta per impartirla. È un servizio. Anche chi fa noleggio auto vende un servizio, e paga l'Imu sul garage dove tiene le sue auto. Quindi i casi sono due: o si decide che tutte le attività commerciali che vendono beni o servizi sono esentate dall'Imu (in fondo anche chi accompagna con l'auto un cittadino senza patente fa un servizio pubblico), e allora mandiamo però in malora definitivamente il bilancio dello Stato, oppure decidiamo che l'Imu la devono pagare tutti, anche le scuole private. Non c'è nulla di ideologico in questo, contrariamente a quanto la Cei e altri dicono. A meno che non sia ideologia essere fermamente convinti che la legge debba essere uguale per tutti. È invece profondamente vero che si tratta di un pronunciamento rivoluzionario. Perché in italia, da sempre, la legge è uguale per tutti. Ma poi c'è e sempre qualcuno che è un po' più uguale degli altri, e trova il modo di essere esentato. Stavolta, invece, la Cassazione è stata molto chiara: no. ©RIPRODUZIONE RISERVATA