«Buona scuola: occasione persa»

di Roberta Carlini wROMA Le materie, saranno più o meno le stesse. Il metodo, anche. Non cambieranno gli orari, né i cicli, scanditi ancora in elementari, medie e superiori. Ma allora, cosa cambia davvero con la riforma della scuola? «Molto poco», è il giudizio netto di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, che parla di «occasione persa». Lei cosa si aspettava? «Si doveva partire dall'inizio, e chiedersi cosa serve alla scuola: cosa deve insegnare, quali sono le competenze da sviluppare. Premessa essenziale, per poi decidere i contenuti dell'insegnamento e le modalità. Bisognava riorganizzare i tempi, e allungare gli orari dove c'è maggiore dispersione scolastica: per le elementari al Sud, e per le medie in tutt'Italia. Non solo: era necessario intervenire sulla quantità delle materie, ridurre quelle di base e dare possibilità alle scuole di fare corsi aggiuntivi. E poi rivedere i cicli scolastici, che hanno ormai poco senso, dopo l'innalzamento dell'età dell'obbligo. Un riordino complessivo, che poteva culminare nell'abbassamento dell'età di uscita dalla scuola, a 18 anni. Questa sì sarebbe stata una grande riforma. Con quella votata dalla Camera, ben che vada le scuole avranno un po' di docenti in più per fare corsi aggiuntivi. Ma temo che, nella maggior parte dei casi, l'organico funzionale sarà usato per coprire le supplenze brevi». Sulle materie cosa cambia? «Sono state aggiunte una serie di materie, ma scorrendo le graduatorie a esaurimento: e si sono aumentati gli insegnamenti per pescare i precari da quelle più piene». Questo è un po' il vizio d'origine della riforma, un compromesso tra la sanatoria del passato e un nuovo corso in cui conterà il merito. Concorda? «Si è fatto un gran pasticcio. Ci sono già, dal 2013, princìpi generali per valutare le scuole. Adesso si danno maggiori poteri ai presidi, e dunque vanno valutati anche i presidi: ma come, non si sa ancora. E i dirigenti a loro volta dovranno valutare i docenti per dare la parte premiale del salario. Tre livelli di valutazione che non sono raccordati tra loro». Il potere dei dirigenti scatena la rivolta dei docenti. A voi piace la valutazione? «I confronti internazionali dicono che dall'esterno si può valutare una scuola, non il singolo docente. Nel comitato di valutazione delle scuole ci sarà anche un membro esterno, ma di fatto saranno gli interni a decidere: e questo non funziona, mette i docenti l'uno contro l'altro. Finirà che molte scuole faranno una distribuzione a pioggia, o a rotazione, del premio. Meglio sarebbe stato costruire carriere per gli insegnanti e premiare i più capaci. Percorsi oggettivi, che non scatenino conflitti interni. Prevedendo carriere più rapide per i docenti che vanno in zone e scuole a rischio». Ma allora perché un fronte di protesta così ampio? «Avere il 70-80% di insegnanti contro la riforma, mentre si assumono 100.000 precari e si stanziano 3 miliardi, certo stupisce. Ma il baco è all'origine. Il governo aveva promesso di sanare il precariato, ma non tutti i precari sono nelle graduatorie a esaurimento: e gli esclusi si sono arrabbiati. Poi si volevano introdurre criteri più meritocratici e ridurre gli scatti di anzianità. Ma ciò è sparito e il premio al merito è stato affidato alla decisione dei presidi il cui potere è spuntato all'improvviso: molti si sono sentiti presi in giro». ©RIPRODUZIONE RISERVATA