Eurozona, la crisi resta irrisolta

di Lorenzo Robustelli wBRUXELLES Un accordo fatto, ma un accordo che fa anche male. Dopo la difficilissima, e ancora provvisoria, intesa raggiunta a Bruxelles dopo nottate intere di negoziati per riaprire il dialogo con la Grecia, restano ferite aperte difficili da rimarginare. «L'accordo non risolve certo la crisi dell'Eurozona e, in senso più esteso, dell'Unione europea», commentava ieri la deputata europea del Pd Alessia Mosca, aggiungendo: «Temo, invece, che ne renda evidenti tutte le fragilità». La parlamentare tocca uno dei punti centrali di questa vicenda, anche se lo fa in maniera ottimistica quando sostiene che «è chiaro che nel nostro prossimo futuro non ci sarà spazio per un'Unione europea dove gli Stati membri continueranno ad avere un peso così centrale nelle decisioni comunitarie. Dove i decisori dovranno ponderare l'interesse europeo nel suo complesso con gli interessi dei singoli elettorati nazionali». È stato questo il nodo di cinque anni di negoziati: le divisioni tra gli Stati membri dettate da ragioni di politica interna, da egoismi nazionali, da calcoli elettorali che poco hanno a che fare con la crisi, da strategie politiche di corto respiro. La giornata di sabato scorso, quando iniziarono le 18 ore di riunione dei ministri dell'Eurogruppo preparatorie all'Eurosummit dei capi di Stato e di governo di domenica, fu bloccata dalla ferma determinazione della Finlandia di dire «no» alla riapertura di un dialogo con la Grecia perché un partito nazionalista al governo, il "Veri Finlandesi", minacciava, e forse minaccia ancora, la caduta dell'esecutivo per il semplice fatto di «andare incontro alla Grecia». Non molto diversa è stata la posizione tedesca, dove probabilmente si è giocato anche un po' il ruolo delle parti tra il "falco cattivo" Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze, e il "falco buono" Angela Merkel. Anche qui la posizione è stata molto ideologica, basata sul rispetto di principi morali, ancor prima della lamentata «mancanza di fiducia» nel governo di Atene. Non ultima ha giocato la tentazione di rovesciare anche il governo di sinistra di Atene, così come successe per gli altri Paesi che solo dopo la presa del potere da parte di forze popolari o conservatrici hanno avuto il via libera tedesco agli aiuti: Portogallo, Irlanda, Cipro, Spagna. Alcuni osservatori affermano che «non c'è stata alcuna solidarietà europea» verso la Grecia, l'Unione non si è mostrata come una fratellanza fra Stati che corrono, pur con dovute contropartite, al salvataggio dell'amico in difficoltà. Non si è nemmeno tenuto conto della necessità, per chi ce l'ha e dunque ci crede, di salvare la moneta comune, come hanno fatto gli Stati Uniti dieci giorni fa evitando il baratro al disastrato Portorico. La ferita più grossa è l'aver presentato ai cittadini un'Unione fatta di Paesi in competizione, di culture che si oppongono a culture, leader a leader. Di un gruppo di Paesi "virtuosi" pronti a scaricare quelli meno (dopo averci ampiamente investito ed aver avuto buoni ritorni) nel contempo aprendo una competizione anche "a Sud", con i portoghesi insoddisfatti dell'intesa sulla Grecia perché «solo in questa terza tornata di aiuti hanno avuto più di noi in totale», come se le situazioni potessero paragonarsi con questa semplicità. Bisognerà ricostruire il modo di stare insieme. È evidente che alcuni Stati avranno sempre un ruolo più pesante di altri, e speriamo che tra questi rientri presto anche l'Italia, ma dovranno averlo perché svolgono un ruolo salutare e di traino per tutti, nel quale non ci siano amici prediletti e amici che si è pronti ad abbandonare, dopo che, per anni, se ne sono coperte le pesanti marachelle come avvenuto con la Grecia fino al 2010. lorenzo@robustelli.eu ©RIPRODUZIONE RISERVATA