L’OPINIONE

(segue dalla prima) nel loro ultimo viaggio continuavano a beccarsi l'un l'altra. Analogamente, questo ricorda la crisi greca; e proprio mentre ai confini (mercati finanziari ad Est e Medioriente) c'è tempesta. L'incognita è se essa abbia o meno raggiunto il suo punto di caduta irreversibile: ossia se i politici abbiano finito di guidare gli eventi per esserne, all'opposto, guidati, magari perché terrorizzati dal perdere la faccia all'interno del proprio sistema politico; se si fosse già qui, poi, di automatismo in automatismo, il baratro sarebbe inevitabile. La tragedia di Atene è a questo punto? Forse no. Ma già da ora si discute se per l'Ume il Grexit sia preferibile perché darebbe più coerenza al suo interno; o se, invece, applicando una specie di "teoria del carciofo", i mercati si metterebbero a saggiare la tenuta di altri suoi partner (l'Italia?) fino a ridurre l'Ume alle ridotte dimensioni, l'Euronord, agognate dai "super falchi" tedeschi e di paesi ex-comunisti. Comunque vada, è certo che la risposta alla crisi sia di accelerare per aggiungere all'Ume l'unione fiscale? Per il vero, è la tesi prevalente; e, va detto, è coerente con l'impianto ideale e valoriale dei Padri fondatori. Tuttavia, i recenti eventi, con gli Stati europei in formato "capponi di Renzo", dovrebbe poter suggerire prudenza nel pensare che ad ogni crisi europea si esca accelerando in senso federale; anzi, potrebbe essere pericoloso. Anche se, va riconosciuto, le attuali difficoltà dell'Ume paiono corroborare la tesi; tant'è che vengono portate a sua comprova. Ad ogni modo, per i fautori di questa tesi, se ad un'unione monetaria, ma in assenza della fiscale, partecipa un "paese cicala", allora quest'ultimo può trovarsi rapidamente nei guai. La ragione è che, esclusa la svalutazione del cambio e, conseguentemente, quella del proprio debito, esso ha di fronte il default; a meno che, a tamponare (in cambio delle riforme, naturalmente; ricorda qualcosa?) non accorra la finanza federale. Altrimenti, come potrebbe essere il film greco, sarà prima austerity e recessione; poi uscita dall'unione; ed infine, se di "paesi cicale" ve ne è più di uno, il progressivo collasso della stessa. Per altri viceversa (di recente il prof. Bisin della New York University), si può ragionare affermando che, se una svalutazione del cambio equivale ad una svalutazione del debito, o default parziale, ne consegue che questo lo si può pure fare, se si fosse attrezzati istituzionalmente, all'interno di un'unione monetaria; e senza far saltare l'accordo monetario in questione. Non sarebbe male, se fosse possibile affrontare i guai europei senza di necessità dover affiancare all'unione monetaria la fiscale che, specie oggi in Europa, è destinata a scatenare un'infinita querelle sul come distribuire i costi di eventuali salvataggi, come evidenziano i dibattiti di questi giorni sul "caso Grecia". Bel tema per economisti, si dirà. Non solo, però; sarebbe un'opzione di sopravvivenza per un'Ume i cui Stati-capponi paiono preferire il pentolone (l'exit collettivo) al federarsi reciproco; e con qualche ragione, d'altronde, per le identità storiche che incarnano. Per Atene cosa cambierebbe? Qualche sollievo in più per la popolazione. Perché per i suoi cittadini la differenza, pur a parità di guai finanziari, sarebbe nella quotidianità dell'economia. Perché i bancomat avrebbero continuato a funzionare tranquillamente; non vi sarebbe stata nessuna fuga dei depositi all'estero; e neppure la corsa a tesaurizzare l'euro (è esplosa la domanda di banconote) temendo di trovarsi nei conti correnti una nuova dracma svalutata. Il motivo di tutto ciò? Semplicemente che nessuno avrebbe temuto l'incognita di un'uscita dall'Ume trovandosi i conti deprezzati. Certo, un default è sempre pesante e si porta dietro dosi pesanti di austerity; ma in un contesto di certo meno tragico. Rimodulare il modello europeo senza accelerarlo in senso federale potrebbe essere una soluzione ragionevole ai guai del presente? Forse merita almeno ragionarci. ©RIPRODUZIONE RISERVATA