Bastida, in tre patteggiano per il ricatto all’impiegato
Allarme da due giorni in via Volturno, per uno sciame di api che si è attaccato al cornicione di un edificio. Lo sciame, composto da alcune migliaia di insetti, è arrivato l'altra sera e si è attaccato al tetto di una costruzione, davanti al civico 42 di via Volturno. Di solito gli sciami di api in città sono solo in transito, e il giorno dopo ripartono in cerca di una sistemazione definitiva in campagna: questo è rimasto sul luogo per più di 48 ore. I residenti della via, preoccupati, hanno inviato segnalazioni alla polizia locale, ai vigili del fuoco e all'Asl.di Maria Fiore wBASTIDA DE' DOSSI «Non chiamare i carabinieri che ti facciamo saltare in aria». Il gruppo, secondo l'accusa, avrebbe fatto leva sulle intimidazioni e le minacce di morte per incutere terrore alla vittima e farsi consegnare, ogni mese, cifre di denaro, variabili da 300 euro fino a 10mila euro. La somma complessiva contenuta nel capo di accusa e che sarebbe stata chiesa alla vittima, Fabio Pertusi, 47 anni, dipendente del Comune di Bastida de' Dossi, è di 217mila euro. Pochi giorni fa il processo a carico di tre persone si è chiuso con un patteggiamento. Due anni e mezzo di reclusione e 400 euro di multa sono stati decisi per Irfan Bajrami, 37 anni, Samie Bajrami, 31 anni (difesi dall'avvocato Elia Borgonovi) e Cama Bajrami, 36 anni (difesa dall'avvocato Gianfranco Ercolani). I tre, che dovevano rispondere di estorsione, avevano cercato di patteggiare una pena più bassa, non ritenuta congrua dal collegio dei giudici. La vicenda, per come ricostruita dall'accusa, si snoda in un periodo di cinque anni, dal 2004 al 2009. Secondo l'accusa i tre imputati, di origine slava, si sarebbero più volte presentati nell'ufficio di Pertusi, all'interno del municipio di Bastida de' Dossi, pretendendo di volta in volta somme di denaro (è aperto anche un altro procedimento per ammanchi dalle casse del Comune). La vittima aveva ricostruito nella denuncia tutti gli episodi che sono diventati atti di accusa precisi nei confronti del gruppo. Le minacce, secondo quanto raccontato dal dipendente, sarebbero cominciati a febbraio del 2004, con una prima richiesta di 200 euro, subito accompagnata – secondo quanto raccontato dalla vittima – da minacce: «Ti brucio la casa se non mi dai i soldi». Da qui le richieste di denaro sarebbero continuate, da parte di ciascun componente del gruppo. Piccole somme, ma anche cifre più consistenti, fino a 10mila euro per volta. Per farsi consegnare il denaro sarebbe bastata, secondo quanto emerso dal processo, solo la forza intimidatrice degli imputati e la paura generata nella vittima dalle minacce. Intimidazioni che il dipendente aveva preso sul serio. Era fallito invece un tentativo di estorsione, dell'estate del 2009, quando gli imputati avrebbero cercato di farsi consegnare in una volta 35.700 euro. Anche questo episodio, però, è stato contestato dalla procura.