L’AUSTERITY DISTRUTTIVA E INSENSATA

di ROBERTA CARLINI Nell'era della massima personalizzazione della politica, sono mancati proprio loro: i leader. Quelli capaci di decidere, di svoltare, di imprimere un colpo d'ala e uscire da una trappola in cui giorno dopo giorno il governo greco e "le istituzioni" - i suoi creditori - si sono cacciati. «Facciamo decidere il popolo. (Buffo, come suona radicale questo concetto!)», ha twittato il ministro Varoufakis subito dopo l'annuncio, venerdì notte, di ridare la parola agli elettori greci attraverso un referendum sulla proposta dell'Eurogruppo. Ma il popolo greco aveva già deciso: il 27 gennaio, quando con un voto che ha acceso le speranze di un Paese stremato ha chiesto di fermare l'austerità e restare nell'euro. La lunga e fumosa trattativa ha mostrato che la missione era impossibile? Stava al governo democraticamente eletto prenderne atto, e scegliere, per il suo popolo. Invece, con il colpo a sorpresa della convocazione del referendum Tsipras ha tentato un ultimo azzardo. Condizione essenziale per poter svolgere quel referendum, infatti, era che i creditori dessero ancora ossigeno, cioè liquidità, alla Grecia, per qualche giorno. Ma l'eurogruppo, ieri pomeriggio, ha detto no: il programma di assistenza finanziaria terminerà il 30 giugno, si legge in una dichiarazione firmata da tutti i paesi «tranne il membro greco». In quel "tranne" c'è la tragedia in atto. Tutti sono d'accordo nello staccare la spina, tranne il malato terminale. Si prepara il default, il fallimento, con i membri dell'Eurogruppo pronti a fare tutto quel che serve «per mantenere la stabilità nell'area euro». Così il governo greco si trova a gestire il default nella peggiore delle condizioni: il panico. A dimostrazione del fatto che un'uscita controllata dall'euro, una transizione morbida che riducesse i danni, non è data: non era prevista negli statuti originari dell'unione monetaria e non è stata preparata in questi mesi. Tsipras ha tentato l'ultimo colpo, o l'ultimo ricatto, per forzare la mano e ottenere quei pochi punti che - a detta di tutti - separavano i negoziatori da un accordo che salvasse la faccia al governo greco? Forse. Ma la mossa disperata nasce da una situazione disperata. Quando la Grecia ha scelto di voltare pagina, in realtà chiedeva all'Europa di voltare pagina. Ammettere che le politiche dell'austerità avevano fallito, dato che le riforme strutturali chieste dalla troika non avevano migliorato né l'economia né i conti pubblici greci. Gli avanzi primari via via perseguiti e realizzati (cioè, il saldo tra le entrate e le spese al netto degli interessi dovuti) non erano riusciti a impedire l'aumento del rapporto tra debito e prodotto, poiché nel frattempo crollava il prodotto: l'economia reale. Questo non vuol dire che la Grecia - così come altri Paesi indebitati, il nostro in primo luogo - non avesse profondo bisogno di riforme strutturali, a partire dalla lotta alla corruzione e ai privilegi. Ma che le riforme andavano intelligentemente accompagnate da ossigeno, tempo, nutrimento all'economia. Questo, a parole, l'élite europea sostiene di averlo capito: senza crescita non c'è risanamento, ma se il risanamento come prima cosa ammazza la crescita, qualcosa va cambiato. Alle parole non sono seguìti i fatti: né per l'eurozona nel suo insieme, né per la Grecia: è vero, l'obiettivo dell'avanzo primario è stato ridotto e sulle misure-simbolo delle riforme (tasse sui consumi e pensioni, in primo luogo) le parti si stavano avvicinando. Dal punto di vista economico, la soluzione era a portata di mano. Ma lo scoglio decisivo è stato quello politico. I convitati di pietra erano le opinioni pubbliche interne di ogni Paese: concessioni «eccessive» alla Grecia non sarebbero state un gran costo economico, ma un costo politico giudicato indigeribile per l'elettorato di Merkel, rischioso per Rajoy (ogni punto per Syriza (vedi Podemos), beffardo per quei Paesi che hanno applicato alla lettera l'austerity. Così, la Grecia e il resto dell'Ue sono precipitati in quel vuoto vizio originario dell'euro, e che si mostra in modo altrettanto drammatico e distruttivo dei profughi. Il precipizio non è solo politico ma materiale: ne pagherà le conseguenze, ancor più di quanto non sia successo finora, il popolo greco; ma forse anche altri che si illudono di isolare il contagio. E di aver salvato la cordata lasciando cadere giù un intero Paese: come una zavorra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA