«Ascoltatemi, ho la pistola in macchina»

di Maria Grazia Piccaluga wPAVIA «Non riesco a parlare con il curatore del mio fallimento. Sono esasperato e ho una pistola in macchina». Il funzionario della sezione fallimentare del Tribunale di Pavia ha sentito i brividi correre lungo la schiena. Per una frazione di secondo quell'uomo entrato nel suo ufficio, alterato e accaldato, ha evocato lo spettro dei fatti tragici di Milano in cui, solo due mesi fa, hanno perso la vita tre persone e altre due sono rimaste ferite. Il funzionario ha scelto di non sporgere denuncia ma la polizia giudiziaria della Procura ha avviato accertamenti. Si ripropone così il tema della sicurezza che, dopo i fatti di Milano, è stata potenziata anche all'interno del palazzo di giustizia di Pavia. L'uomo non era armato (poi l'ha ammesso lui stesso), altrimenti il metal detector della postazione fissa e quello portatile a disposizione delle guardie giurate avrebbero rilevato il metallo dell'arma. Ma è bastato evocarne l'esistenza anche solo a parole per dare corpo alla paura. I controlli, all'ingresso del palazzo di corso Cavour, sono stati intensificati immediatamente dopo la strage di Milano. Più guardie giurate e più forze dell'ordine applicate in Tribunale. Il "bip" che accompagna ogni ingresso è ormai un rumore di fondo a cui si è abituato chi frequenta le aule del palazzo . Ma che il clima sia teso da mesi e mesi è una condizione innegabile. Magistrati e personale che si occupano di alcuni settori in questo momento sul piano sociale più "caldi" di altri - sfratti e fallimenti - si trovano spesso a fronteggiare situazioni di tensione e disagio. Mail e telefonate dai toni minacciosi, richieste formulate con aggressività, contestazioni e rabbia sono all'ordine del giorno, confermano gli addetti ai lavori. I fatti, sui quali è in corso un accertamento, risalgono a venerdì. In tarda mattina nell'ufficio del funzionario della sezione fallimentare si presenta un uomo sulla sessantina, è un imprenditore edile oltrepadano. E' sudato, molto agitato. Chiede notizie sul suo fallimento, una vecchia procedura risalente a 5 anni prima, chiusa davanti al Tribunale di Voghera. Vuole sapere come sia stato ripartito il suo fallimento ma il funzionario, che è al corrente solo delle procedure in corso, allarga le braccia. Capisce che la situazione è delicata e cerca di allentare la tensione. Si offre di chiamare il curatore che, a dire dell'uomo, «non si fa mai trovare». «Rivendicava un diritto a conoscere la sua situazione – dice il funzionario –. Nel modo sbagliato. Ha subito chiarito di non avercela con me ma l'allusione alla pistola mi ha fatto paura». L'arma, per la quale l'uomo avrebbe ammesso di non avere il porto d'armi, sarebbe stata lasciata in macchina. O così ha raccontato prima di andarsene. Il corridoio al primo piano, a quell'ora era deserto. Un fatto inusuale. Il lavoro del Fallimentare infatti è triplicato. in pochi anni si è passati da 20-30 istanze a 150 in media all'anno.