«Dai graffiti all’atelier così sogno e cerco un’arte aperta a tutti»

di Pier Angelo Vincenzi wVIGEVANO Artista molto più che emergente, Ale Puro è una delle voci più interessanti della street art pavese. Trentun anni, il vigevanese ha mosso i primi passi a quindici sui banchi di scuola. Ma non al liceo artistico bensì a ragioneria. «Dove ho scoperto una grande voglia di disegnare, quasi un impulso irrefrenabile», racconta seduto a un tavolino di un bar del centro storico. Finite le superiori Alessandro si iscrive a Brera, ma si ferma al secondo anno anche a causa dell'impegno nell'azienda di famiglia che produce tessuti di rinforzo per le scarpe. «In questi quindici anni di carriera sono passato dal graffitismo alla street art, dalle lettere alle figure», dice ancora Ale. Il passaggio alla pittura tradizionale, in atelier, è stato quindi inevitabile. Il laboratorio di Ale Puro è a palazzo Roncalli, all'ultimo piano: uno spazio che l'artista vigevanese condivide con altri pittori e scultori. L'atmosfera, in questa oasi di creatività in via del Popolo, è straordinariamente piacevole: perfetta per un giovane pieno di entusiasmo come Alessandro. «Ho mosso i primi passi in una storica crew vigevanese, la Cnn, alla quale mi sento ancora di appartenere». Fondamentali per Puro sono state le molte esperienze all'estero: India, Messico, ma anche Stati Uniti e diversi paesi europei. «Ma le culture indiana e messicana sono quelle ad avermi maggiormente influenzato», dice ancora Puro. L'esperienza più intensa a Ranipet, in India, una città di 50mila abitanti del distretto di Vellore. «L'arte tradizionale indiana mi ha influenzato molto: andai là per seguire un'attività economica di mio padre, è stato un anno e mezzo molto proficuo sul piano dell'arricchimento culturale. In Messico invece sono stato cinque o sei volte per periodi di un mese, un mese e mezzo. Mi considero una persona curiosa, sempre pronta a mettersi in gioco, aperta a nuovi stimoli, suggerimenti, credo che questo dipenda anche dal fatto che non amo gli intellettualismi. Prediligo semmai un'arte primitiva, naïf, che permette diversi livelli di lettura, ma senza escludere nessuno». D'altronde il dualismo alto e basso è un'architrave dei movimenti artisti nati in strada. Di qui la passione per Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, due artisti maledetti (il primo è morto di aids, il secondo per un'overdose di eroina). Ma in Alessandro Puro non c'è nulla del maledettismo tipico dei primi interpreti del writing. «Senz'altro una decina di anni fa ero più arrabbiato – precisa – la nascita di mia figlia Nina mi ha molto rasserenato. Stare con mia figlia è una gioia che si rinnova ogni giorno, giorno dopo giorno. Uno stupore continuo e anche una fonte di ispirazione continua: negli occhi dei bambini vedo, al contempo, l'innocenza ma anche il principio di realtà che quell'innocenza cancellerà. Forse per questo i miei bambini hanno l'aria un po' triste». Sono figure, quelle tratteggiate con grande maestria dall'artista vigevanese, sospese come tra due mondi: da una parte il sogno, il romanzo infantile in cui tutto è possibile, dall'altra quasi il presagio di una realtà fatta di regole e limitazioni. Questa ambivalenza conferisce alle opere di Ale Puro una dimensione vagamente onirica. Anche le bambole, in cartapesta, una novità («Una tecnica di cui mi sono innamorato in questi ultimi mesi») sembrano provenire da un'altra dimensione. In queste opere c'è un che di alieno e di familiare allo stesso tempo. «Molte delle opere che ho qui in laboratorio sono già vendute, altre sono destinate ai galleristi», prosegue Puro. Che si sta facendo un nome nelle città che contano, a cominciare da Milano. «Al mio attivo ho tre personali e molte, non riesco a ricordarmi il numero, collettive. Non ho mai pensato al lavoro come a un modo per diventare ricco, non lo penso neppure oggi che ho dei riscontri interessanti. L'obiettivo, che condivido con la mia compagna, Ilaria, un'illustratrice, è riuscire a trasformare questa passione in un lavoro che mi permetta di diventare totalmente autonomo». Il momento, per gli artisti che hanno cominciato a dipingere in strada, è propizio: «Vero, ma c'è comunque una grandissima concorrenza. E non sempre il talento basta: per esempio Bansky è un bravo artista, ma io gli preferisco due italiani come Blu e Sten Lex. Diciamo che Bansky è stato bravissimo a creare interesse intorno alle sue opere». Alessandro Puro ha ormai abbandonato l'arte di strada: «Credo sia normale, a 31 anni non puoi avere la testa di un 15enne. E comunque anche quando la praticavo mi ero dato un codice etico: niente tag, niente writing su chiese e monumenti e sui lavori degli altri.Non voglio apparire moralista, non mi piace giudicare, ma oggi ho la sensazione che molti writers siano più che altro interessati ad affermarsi in chiave antagonistica. Il che ci può stare se la protesta è anche accompagnata da un minimo di ricerca sui linguaggi espressivi. Se tutto si riduce a un posa, il rischio è quello di cominciare e di stufarsi presto». Lo spontaneismo non può che cedere il passo a una riflessione su ciò che c'è stato prima: «Una svolta anche musicale: all'inizio ascoltavo solo hip hop e rap, la colonna sonora della street art, oggi mi piacciono anche i big degli anni Settanta, da Bob Dylan agli Stones passando per i cantautori italiani». Uno sguardo inevitabilmente rivolto anche ai grandi originali della pittura come Modigliani: «Una straordinaria fonte di ispirazione – conclude Puro – una magia che si ripete ogni qualvolta mi soffermo ad ammirare una sua opera».