Enoteca, da vetrina lombarda a grana pavese
di FABRIZIO GUERRINI (segue dalla prima pagina) Cassino Po è una frazione sulla via Emilia, a tre chilometri da Broni, dominata da una grande cascina a pianta quadrata che, se l'Oltrepo, nel 1743 non fosse passato ai piemontesi, sarebbe piaciuta a Maria Teresa D'Austria, che amava l'agricoltura estensiva e produttiva. Cassino a fine Ottocento è, comunque, nel patrimonio di un grande imprenditore agricolo: il primo (e forse unico) oltrepadano che ragionava in grande senza guardare ai confini dei campanili. Si chiamava commendator Carlo Gallini: quando muore, il 28 marzo 1888, lascia i suoi beni come storica e munificadote della scuola d'agraria a Voghera che ha preso il suo nome. Tra le proprietà ex Gallini compaiono la tenuta di Riccagioia a Torrazza Coste e, appunto, la cascina di Cassino Po che allora era ancora un Comune autonomo. Riccagioia e Cassino: due nomi che puoi trovare adesso, digitandoli nel sito dell'Ersaf, ovvero l'Ente regionale per i servizi e le foreste. La Regione ha, infatti, da tempo assorbito tuttalla la cospicua eredità Gallini tentando di fare qualcosa che ricordi molto vagamente gli scopi originari indicati nel testamento del commendatore, ovvero aiutare i giovani ad impare un lavoro utile per sè e per il territorio.Un impegno affidato alla sigla Ersaf, mediando, però, tra i troppi campanili e le altre sigle, quelle dei partiti (la Dc prima, Forza Italia e An poi, la Lega ora). E si torna, così, in enoteca o quel che resta. Storia contorta. Nel 2004 l'Accordo di sviluppo delle Provincia di Pavia prevede la costituzione della prima enoteca regionale. La Regione mette a disposizione proprio la tenuta di Cassino: il recupero (1.100 metri quadrati su 4 piani più l'interrato) costa 1,5 milioni di euro. Nel dicembre 2011 è l'Ersaf a completare l'opera con altri 200 mila euro. I lavori si chiudono nel 2012. Fin qui la scatola, ma dentro chi ci va? L'allora direttore del Consorzio tutela Carlo Panont lavora a un'idea, condivisa in Regione: fare di Cassino la vetrina dei vini lombardi (con Riccagioia centro di raccolta scientifica delle biodiversità del vino). In pratica è immaginata così: piano terra al Comune con gli altri spazi, collegati da scala elicoidale, su cui si affacciano le aree espositive dove ruoteranno le mille etichette regionali. Nell'interrato, il caveau d'Oltrepo: cantina-cassaforte dove far affinare i migliori rossi della zona. La struttura avrebbe dovuto inserirsi su questo schema regionale: enoteca a Cassino, una in Valtellina e l'altra sul Garda. Tre vertici di un triangolo dell'eccellenza vino accanto a grandi vie di comunicazione (come lo è l'Autostrada dei vini), ma il triangolo salta presto: quella del Garda non parte e quella di Cassino affonda. Comincia, infatti, la corsa a chiamarsi fuori dall'enoteca bronese. A partire dagli altri Consorzi lombardi che non capiscono come entrare in gioco visto che l'Ascovilo (l'Associazione dei Consorzi) non ha voce in capitolo. I pavesi, peraltro, sono già in fuga dal carro enoteca: spariscono la Provincia e il Gal Oltrepo che avevano siglato il primo accordo. La Camera di commercio non è mai scesa in campo. Il Consorzio di tutela, vista l'aria, si defila (Panont ha nel frattempo lasciato). Gli altri Comuni, infine, «gufano» perchè la cosa fallisca: l'enoteca non è a Broni, ma di Broni. Il Comune resta così con il cerino acceso in mano: glielo ha passato la Regione, concedendo nel gennaio 2012 il comodato del cascinone. Il sindaco di Broni, per non bruciarsi, per salvare la barca alla deriva, prova a mettere d'accordo qualcuno degli addetti ai lavori. Convoca il Distretto del vino e altri operatori per creare un tavolo che decisa sul da farsi. Il tavolo parte, ma non arriva: troppi stanno remando contro o non hanno più voglia di remare. Il Comune ha, intanto, avviato a gennaio una gara per trovare un privato che si accolli la gestione enoteca (ovvero piano terra e interrato per degustazioni di vini e alimenti). Ad aprile gira il nome di un «interessato»: ovvero un imprenditore bronese che già gestisce il complesso delle Fonti Recoaro e un altro noto ristorante. Il papabile, però, al momento, resta tale mentre circolano voci di sondaggi in corso, da parte dello stesso imprenditore, per capire chi potrebbe aiutarlo nello sforzo economico. Si deve poi definire l'allestimento espositivo lombardo. L'enoteca, insomma, è ancora in mezzo al guado: Comune e Regione si sono trovati, nei giorni scorsi, decidendo che è meglio spostare la data del varo enoteca con l'alibi di dover preparare bene l'evento. E così, nell'attesa della vendemmia maturano domande a grappoli. Cosa fare dell'enoteca ? Che vini vendere? Chi decide i vini da vendere? Come farà un privato a gestire uno spazio pubblico dovendo comunque guadagnarci? C'è chi rimpiange il commendator Gallini.