Asse Renzi-Marchionne Squinzi spinge il governo

ROMA I critici dei talk show e l'assemblea della Confindustria da una parte, Matteo Renzi e Sergio Marchionne dall'altra, a Melfi. Due mondi apparentemente dsistanti che appartengono a due distinti modelli politici che divergono, a partire dalle relazioni industriali e sindacali. Il presidente del Consiglio e l'amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, Marchionne, hanno ribadito la convergenza di intenti e di obiettivi: far tornare a crescere l'Italia con nuovi strumenti, togliendo le "croste" al Paese. Giorgio Squinzi dal suo canto rinsalda il feeling degli industriali con il governo Renzi e scalda la prepartita con i sindacati per regole nuove sui contratti. Con il no che arriva a stretto giro dalla Cgil. L'assemblea annuale di Confindustria, eccezionalmente nella cornice di Expo2015 a Milano, è l'ultima da presidente per Squinzi che, in vista del termine del suo mandato quadriennale, ha ora di fronte ancora 12 mesi di lavoro al vertice di via dell'Astronomia. Dopo l'assenza di Renzi all'assemblea ad Expo, in cui c'è chi aveva visto «uno schiaffo» (anche per la concomitanza con l'incontro del premier a Melfi con Sergio Marchionne), è stato prima il presidente del Consiglio in una lettera a Squinzi a rilevare piena sintonia tra il pressing degli industriali e gli obiettivi del piano per le riforme del governo; poi la relazione di Squinzi ha cancellato anche le ultime stoccate, quelle espresse ancora nei mesi scorsi sulle riforme annunciate ma ancora da concretizzare. Resta comunque chiaro l'invito a andare avanti: «Oggi non ho richieste nè intendo lamentarmi con il governo di alcunchè», dice Squinzi dal palco: «Gli chiedo semplicemente di non smarrire la determinazione». Ma ora Squinzi vuole riaprire la partita dei contratti, con una torsione verso il basso. Dal palco dell'assemblea annuale è cauto ma chiaro: servono legami «più forti e stringenti» fra salari e produttività; la contrattazione di secondo livello «è utile alle imprese e alle persone che vi lavorano» ma - avverte - va evitato «che le imprese siano costrette a sommare i costi dei due livelli di contrattazione». Nel mirino degli industriali il divieto di deroghe alla parte economica del contratto nazionale di categoria, come del resto gli industriali avevano già chiesto nel documento sulla riforma del mercato del lavoro del 2014. A strettissimo giro la replica della leader della Cgil, Susanna Camusso, che lasciando l'auditorium dopo aver assistito alla relazione di Squinzi è netta: «Mi preoccupa che in una relazione fondata sull'innovazione si proponga in realtà la ricetta più antica del mondo e cioè quella della riduzione dei salari». Barbagallo (Uil): «Le imprese discutano con noi».