Il Pd vuole vendicarsi della Lega divisa

di FRANCESCO JORI Dipende da che parte la si guarda, naturalmente. Vista da Zaia: se vince, assegna al Veneto il primato della regione più di centrodestra d'Italia; se perde, vede capitolare una roccaforte storica. Vista da Moretti: se vince, ha l'orgoglio di aver portato finalmente il centrosinistra al successo dopo una vita di batoste; se perde, vuol dire assegnare alla coalizione il marchio di perdente cronico. Perché se non ce la fa nemmeno quando il mitico forzaleghismo indigeno è incrinato da una Lega spaccata in due e da una Forza Italia squagliata, vuol dire che è decisamente ridotta a cartoni. E dopo aver stoltamente regalato Padova al Carroccio lo scorso anno, l'unico leader che le rimane cui aggrapparsi sarebbe Sant'Antonio. Nello striminzito calendario delle partite di domenica prossima, con solo 7 Regioni in gara su 20, quella veneta si gioca tutta attorno a questa sfida a due, anche se in gioco ci sono altre quattro candidature (Tosi per l'ex Lega e i centristi, Berti per i grillini, Morosin per gli indipendentisti, e Coletti Di Lucia per la sinistra alternativa). E mantiene comunque un rilievo nazionale, specie se il Veneto dovesse rivelarsi alla fine il solo successo del centrodestra: perché consentirebbe a Berlusconi di salvare almeno la faccia, e gli darebbe un pur minimo appiglio per la ripartenza annunciata; e perché premiando Zaia rafforzerebbe di riflesso Salvini nel suo braccio di ferro per la leadership della coalizione e l'investitura al ruolo di sfidante di Renzi. Vale anche qui all'inverso, naturalmente: la conquista del Veneto fornirebbe allo stesso Renzi un assist formidabile nel suo scontro permanente con la minoranza interna; al tempo stesso, segnerebbe un colpo probabilmente fatale per Salvini e per la sua linea nazional-populista, così distante dalle tradizioni storiche del Carroccio. Tutto questo carica di responsabilità il compito dei due sfidanti principali. Per entrambi, la strada è stata tutt'altro che facile, specie in partenza. Zaia ha dovuto pagare dazio alla rottura con Tosi, senza la quale non ci sarebbe stata proprio partita. Un braccio di ferro sfibrante, durato a lungo anche se tutti e due si stavano preparando da tempo alla corsa separata. A differenza delle non poche spaccature interne al ramo veneto del Carroccio (specialista in queste liti e scissioni fin dal suo primo apparire nel 1983), questa è destinata comunque a lasciare il segno: sia nell'immediato, in termini di voti sottratti da Tosi a Zaia; sia e ancor più in prospettiva, per verificare se e quanto possa funzionare a livello nazionale una terza via nella componente moderata, tra il neo-celodurismo di Salvini e l'irresistibile declino di Berlusconi. Il presidente uscente del Veneto sembra aver peraltro recuperato strada facendo, e domenica prossima scenderà in campo con i favori del pronostico: di sicuro, oltre alla dote dei consensi leghisti, potrà beneficiare di un risultato corposo anche per la lista a lui intitolata. Non meno irto il cammino della Moretti, fin dai primi passi. La sua candidatura è stata vissuta male da alcune componenti del partito a livello regionale: alle quali è suonata come una scelta romana, in cui il criterio-guida è stato l'immagine. In suo favore hanno giocato le preferenze ottenute in Veneto un anno fa alle europee. Ma c'è chi non ha mancato di rinfacciarle a voce alta la conversione sulla via di Renzi, dopo essere stata la portavoce di Bersani. Lo stesso gruppo consiliare regionale ha lamentato di non essere stato neppure consultato; quanto alle primarie, in un primo tempo erano state negate, poi sono state allestite in fretta e furia, dopo le proteste della candidata alternativa (Rubinato) e dei suoi sostenitori. Lei poi ci ha messo del suo con alcune gaffes che hanno suggerito ai vertici del partito di affiancarle il classico guru della comunicazione. Alcune scelte del quale, peraltro, sono state ritenute poco o nulla applicabili nella realtà veneta. Anche Moretti si è impegnata a tappeto, battendo tutti i 579 Comuni della regione; e alla fine ha ricevuto anche il supporto di un Renzi arrivato in carne e ossa per cercare di tirarle la volata: forse per rimediare all'infelice battuta del pronostico di 6 a 1 nelle regionali, dove l'1 era chiaramente riferito al Veneto. E ha dovuto incassare pure il siluro della Camusso, che ha invitato i veneti di sinistra ad annullare la scheda. Previsioni? Finora, al centrosinistra veneto è andata in un modo che spazia da "male" a "disastroso": in Regione ha perso con uno scarto di 6 punti nel 1995, di 15 nel 2000, di 8 nel 2005, addirittura di 31 nel 2010. Ma stavolta, viste le circostanze, neanche perdere di misura potrebbe addolcirgli la pillola. Perché nessuno potrebbe evitargli a quel punto la qualifica di Tano Belloni della politica: l'eterno secondo. Sorte che al famoso ciclista degli anni Venti del '900 toccò, per inciso, 150 volte. ©RIPRODUZIONE RISERVATA