Ma il cambio in panchina è stato inutile
di Luca Simeone wPAVIA Una cosa è certa: quel cambio di allenatore all'ultima giornata, che avrebbe dovuto dare la famigerata scossa a un Pavia comunque terzo, ha prodotto un risultato pari a zero. Qualche sospetto c'era, ma ora arriva la conferma: Maspero non avrebbe potuto fare peggio, visto che il Pavia sarebbe arrivato ai play off persino con una sconfitta contro il Real Vicenza. Resta invece il dubbio, che sicuramente avrà agitato qualcuno: e se fosse rimasto? Sia chiaro, in tutto questo Giovanni Vavassori non ha responsabilità. Molto difficile fare qualcosa di buono quando prendi in mano una squadra a una settimana dalla fine del campionato, e dopo cinque anni che non alleni. Molto difficile persino per un tecnico di grandissima esperienza come Vavassori. Il Pavia si è aggrappato a lui non per una scelta razionale (cambiare in extremis non può esserlo) ma soprattutto per la sua fama di tecnico-amuleto per i play off (2 su 3 vinti). L'irrazionalità del cambio è anche legata al fatto che dopo la scelta coraggiosa di inizio stagione di far allenare il Pavia a un debuttante, ma con una filosofia di gioco offensiva, come Maspero, si è fatta vicino al traguardo una sorta di inversione a U con un tecnico che incarna un'idea di calcio diametralmente opposta. La giustificazione è stata che la squadra era in parabola discendente, dopo un brillante campionato, e che in vista dei play off contava l'esperienza garantita da uno come Vavassori. Sta di fatto che un cambio di rotta così repentino non è stato digerito dalla squadra, e non perché remasse contro il nuovo tecnico: semplicemente perché un gruppo costruito con una mentalità di un certo tipo si è trovato da un giorno all'altro, e col tempo contatissimo, a a fare ciò per cui non era stato programmato. Con i risultati visti proprio a Matera. Naturalmente è solo il mesto epilogo di una stagione che per tanti versi è stata esaltante: il gioco del Pavia di Maspero, da tanti addetti ai lavori considerato per larga parte della stagione il più bello del girone A, sia pure con qualche inciampo. Gioco accompagnato da risultati (il Pavia è stato anche primo per diverse giornate) che ha segnato il ritorno dei tifosi allo stadio dopo anni di scarso entusiasmo. E poi, citando un po' caso, tante belle individualità: da Facchin a al giovane Cristini a Ghiringhelli, dalla solidità dei veterani come Abbate e Biasi alla qualità di Pederzoli in regia, da un Rosso inesauribile all'attacco atomico tra Ferretti, Cesarini e Soncin con l'apporto di Marchi e Cogliati, per un totale di 45 gol. Ecco appunto: il Pavia aveva una rosa di prim'ordine, una delle migliori del girone (sia pure con qualche lacuna non colmata a gennaio). Il dg Londrosi dice il nuovo Pavia, dopo la rivoluzione cinese in società, è stato allestito in soli venti giorni. Con tanti soldi spesi, però: e non è meglio, in fondo, che avere molto più tempo a disposizione ma con pochi quattrini in tasca? E' pure vero che tanti club hanno ottenuto magri risultati pur impegnando fiumi di risorse per rose sontuose, e allora senza dubbio il campionato del Pavia è da considerare molto positivo. Si è ripetuto che la B non era l'obiettivo stagionale, resta però la sensazione che ci si sarebbe potuto puntare già quest'anno. D'altronde, non è proprio questo che ha spinto a quel clamoroso cambio in panchina?