LA DESTRA DEL CAV NON C’È PIU

di BRUNO MANFELLOTTO La politica, si sa, ama i paradossi, il più diffuso dei quali appartiene alla modalità "volevo avvantaggiare me ed è finita che ho dato una mano a te ". Matteo Salvini ci pensa spesso, Beppe Grillo è un esperto del ramo, Matteo Renzi ne è a volte vittima, altre attento regista. Stavolta il teatro della vicenda paradossale è la Liguria, una delle sette regioni dove si vota domenica 31 maggio, e a gioire delle mosse altrui potrebbe essere una destra frantumata, abbattuta, priva del capo. Ma andiamo per ordine. Il centrodestra abilmente federato da Silvio Berlusconi all'inizio dei Novanta, non c'è più. Ed è comodo dire che è così perché B. non è più B. e la particella "ex" davanti alla qualifica di Cav. smonta un mito, segnala un passato, ricorda processi, olgettine e interdizioni. No, la verità è che il progetto che teneva insieme liberali e postfascisti, ex socialisti e populisti della secessione, si è sciolto come neve al sole. A spazzarlo via, sono stati la lunga crisi economica e l'irrompere sulla scena di Renzi. Vediamo perché. Prometteva, l'ex Cav, di abbassare le tasse, creare un milione di posti di lavoro, portare in ogni famiglia un po' del sogno berlusconiano che lui stesso incarnava. La trasformazione del consiglio dei ministri in un consiglio d'amministrazione, il suo personale carisma e la disponibilità pressoché illimitata di mezzi finanziari, resero gli alleati docili e fedeli e cancellarono ogni residuo ideologico condizionante e divisivo. Bastò per esempio accollarsi i debiti della "Padania" per fare di Umberto Bossi un senatùr che alle sorgenti del Po urlava, ma che a Roma seguiva le direttive del Capo. Sembrava un'imbattibile macchina da guerra. È durata fino a quando la crisi economica non ha mandato all'aria sogni di crescita e riforme fiscali e gli italiani non si sono resi conto che non sarebbero mai diventati dei piccoli Berlusconi. Il resto lo ha fatto la presa di potere di Renzi, leader di un partito di centrosinistra che, per vincere, per la prima volta non pensa ad alleanze col centro moderato stile D'Alema, ma pretende di dialogare direttamente con chi finora guardava altrove. E l'operazione sta riuscendo. L'impatto sull'ex impero berlusconiano è stato devastante: il campo è attraversato da bande in guerra, piccoli ras di provincia una volta fedelissimi sognano di scalzare il leader e prendere il suo posto, mentre il monarca è chiuso nel suo fortino accudito da un cerchio magico sempre più ristretto. Ma forse il dato politicamente più rilevante è un altro: esaurita la spinta propulsiva, disperse le truppe, infiacchito il carisma del capo, di quel progetto di destra è rimasto solo il suo contrario incarnato da Salvini: populismo gridato, strizzata d'occhio al vecchiume neofascista di Forza Nuova e disprezzo della politica e dello Stato. Nulla a che vedere con il liberalismo che aveva ispirato i fondatori di Forza Italia. Viene da pensare che lo sforzo di Berlusconi non abbia inciso più di tanto, o forse era solo un po' di belletto, tanto che alla fine a prevalere è stato il volto della destra più becera e antimoderna. In attesa che all'orizzonte appaia un altro leader. Vabbè, e il paradosso di cui si parlava? È in salsa ligure e potrebbe manifestarsi con la vittoria a sorpresa di Giovanni Toti, portavoce di Forza Italia e candidato alla carica di governatore. Possibile? Possibile. Il Pd si presenta anche stavolta diviso dopo la figuraccia delle primarie: Sergio Cofferati, uscito dal partito sbattendo la porta e gridando ai brogli, si è vendicato sponsorizzando il ribelle Luca Pastorino contro la candidata ufficiale Raffaella Paita. Per certificare la sua esistenza in vita, insomma, la dissidenza del Pd potrebbe regalare la vittoria alla destra. Del resto, Grillo e Salvini, forti nei sondaggi che in totale assegnano loro un terzo abbondante dei consensi, sanno di poter essere decisivi nella scelta finale. Suspense. Il primo giugno sarà un giorno importante per il rampante Renzi e il declinante Berlusconi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA