«Senza dualismi questo ciclismo è meno appetibile»
di Maurizio Di Giangiacomo Fresco d'inserimento nella Hall of fame della Corsa Rosa, che ha vinto nel 1984, Francesco Moser rimane uno fra i campioni più amati del ciclismo italiano. Merito di un palmares da record italiano, ricco di una maglia iridata, di tre strepitosi successi consecutivi alla Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia, una Freccia-Vallone, una Gand-Wevelgem, una Milano-Sanremo. Ma più che per i suoi 273 successi, i tifosi continuano ad apprezzarlo per quella naturalezza contadina che, negli anni, ha saputo trasformare in vis polemica. Non riusciamo a toglierci dagli occhi le immagini del suo arrivo sul traguardo di Matera, nel 2013, sotto un autentico diluvio, quando fu preso letteralmente d'assedio dai tifosi lucani. Moser, come spiega quel calore, al Sud e a così tanti anni di distanza dai suoi successi? «Per la gente del Meridione il Giro d'Italia è la corsa più importante. Io ho vinto il Giro, vincevo le corse di un giorno, più in generale vincevo spesso e correvo tutto l'anno, c'ero sempre. I tifosi ricordano queste cose. Non esiste più il ciclista "tuttofare" e proprio per questo i campioni di oggi sono un po' meno amati. Oltre al fatto che hanno molti meno contatti con il pubblico. All'arrivo e alla partenza è tutto blindato, a noi rubavano anche la roba dalle tasche...». Il ciclismo è cambiato in peggio? «È cambiato, in peggio o in meglio lo dirà la storia. Ma il pubblico va coltivato, proprio come le mie vigne. Anche le rivalità, non ci sono più, c'è troppa diplomazia fra i corridori, questo è un limite del ciclismo moderno. Una volta i dualismi infiammavano i tifosi, non solo quello tra me e Saronni». Parlando del Sud, non è un peccato, questo "mezzo" Giro d'Italia? «È una questione economica: molto semplicemente non ci sono i soldi per portare il Giro d'Italia al Sud. Quattro tappe in Liguria mi sembrano un po' troppe, ma evidentemente hanno dirottato sulla Corsa Rosa i soldi che avevano stanziato per i Mondiali poi assegnati a Firenze. Si sarebbe potuto correre in Sicilia, in omaggio ai successi di Nibali, Visconti e Caruso. Invece, proprio adesso che ci sono i siciliani vincenti non ci si torna da anni e anni. Ma gli organizzatori del Giro vanno dove ci sono le richieste, i soldi». Del percorso, in generale, che idea si è fatto? «La cronometro Treviso-Valdobbiadene mi sembra troppo lunga, se ne potevano fare due... Dipende da chi ci arriva in maglia rosa, ma potrebbe incidere pesantemente sulla classifica generale, con ritardi di due o tre minuti. Gli scalatori avranno comunque tante occasioni per recuperare. Anche una tappa apparentemente piana come quella di Vicenza, ad esempio, nasconde grandi insidie nel finale». Sedici anni dopo si torna a Madonna di Campiglio, teatro nel 1999 dell'esclusione – e dell'inizio della fine – di Marco Pantani. «Pensi che quella tappa l'avevo voluta io, l'anno prima, come assessore al Turismo della Provincia Autonoma di Trento. Non avrei mai immaginato che avrebbe segnato la carriera del campione e, più in generale, il ciclismo italiano. Oggi è comunque importante tornare a Madonna di Campiglio, che meritava un arrivo di tappa a prescindere dalla vicenda sportiva e umana di Pantani». L'abbiamo sentita dire a Tonina Pantani che Marco pagò la sua fragilità, più di chissà quali complotti ai suoi danni. «L'errore fu soprattutto non farlo correre subito dopo la sospensione. Invece di perdersi in polemiche, sarebbe bastata una vittoria di tappa al Tour per rialzare la testa. Rimase fermo quasi un anno e sappiamo come andò a finire». Lei alle tesi complottistiche ha mai dato credito? «Prima di Madonna di Campiglio la Mapei si era lamentata di qualche comportamento di Pantani, ma da questo a parlare di complotti ce ne passa. Certo, lo stop per l'ematocrito alto gli costò il Giro d'Italia, ma Marco non fu certo l'unico corridore fermato nella storia del ciclismo». E quest'anno chi vincerà il Giro? Contador, Porte, Aru, Uran o Pozzovivo? «Non credo che Pozzovivo abbia la tenuta sulle tre settimane, i nomi dei papabili sono quelli degli altri quattro. Sempre che partano tutti, perché qui non si sa mai...». Le speranze italiane sono affidate esclusivamente ad Aru? «Aru è l'unico in grado di lottare per la classifica generale: deve confermare il podio del 2014, ma quest'anno non ha ancora battuto un colpo ed è peraltro reduce da qualche problema fisico. Altri, onestamente, non ne vedo». L'Astana di Aru è appena stata "graziata" dall'Uci dopo i numerosi casi di doping del 2014. Come giudica questa vicenda? «Le regole vanno rispettate, le violazioni ci sono state, ma prima di ritirare una licenza bisogna comunque capire se le responsabilità sono da attribuire alla squadra o ai singoli ciclisti». Si è parlato, politicamente, di una resa dei conti con Vinokourov, il direttore sportivo della Astana. «Vinokourov o non Vinokourov, i casi di positività ci sono stati. La realtà è che l'Uci ha voluto fare troppe regole e poi non è in grado di applicarle, anche se è vero che la situazione è molto più complessa di qualche anno fa. Del resto, come si fa a far fuori proprio la squadra con le potenzialità economiche maggiori? I soldi hanno sempre fatto le regole». Chiudiamo ancora con le speranze azzurre: l'anno scorso Diego Ulissi uscì dal Giro con due favolosi successi di tappa e una prospettiva da uomo da grandi classiche, salvo poi incappare in un controverso caso di doping. E adesso? «Adesso sarà la corsa a giudicarlo, come sempre: dimostrerà la sua integrità solo tornando a vincere. Ha già messo in mostra la sua classe, ma non è mai riuscito a confermarsi. In questo Giro d'Italia ha due, tre occasioni per dimostrare di essere un campione. È l'unico italiano che può farlo, forse anche lottando per la classifica generale». @mauridigiangiac ©RIPRODUZIONE RISERVATA