Palazzo Italia, progetti ridisegnati

di Cinzia Lucchelli wINVIATA A MILANO L'opera simbolo di Expo è ispirata a una foresta urbana e non produce inquinamento. Ma, dice l'architetto Michele Molè dello studio Nemesi, il progetto originale non è stato rispettato e delle parti devono essere ancora terminate Da dove nasce l'ispirazione per Palazzo Italia? «Nasce dalla volontà di realizzare un'opera che non fosse soltanto un edificio che consuma il territorio, lo occupa in maniera negativa, ma qualcosa che al contrario dialogasse con esso, che diventasse parte del paesaggio. Da qui nasce l'idea di una architettura naturale, una sorta di foresta urbana, pietrificata, che sembra venire fuori da un passato quasi archeologico per andare verso il futuro. Unire il passato e il futuro ci sembra una chiave fondamentale». In che altro modo l'edificio interpreta il tema della sostenibilità? «La foresta urbana nasce dal suolo, da cui prende energia, per svilupparsi con tronchi e ramificazioni e poi concludersi in alto in una sorta di copertura a fronda fotovoltaica. Questa copertura produce l'energia di cui l'edificio ha bisogno. Questo è infatti un edificio a consumo zero». In cosa è "italiano"? «Il vero cuore del progetto di Palazzo Italia è la grande piazza. Abbiamo completamente ribaltato l'idea tradizionale di un volume che contiene un pieno, abbiamo invece voluto mettere al centro un grande vuoto che attraversa verticalmente tutti e trenta i metri di altezza del palazzo. È la piazza, l'agorà, il luogo di incontro in cui una comunità si riconosce in quanto tale. Si può dire che la piazza sia un'invenzione italiana. È proprio in questo senso un edificio italiano». È stato rispettato il progetto originale? «Durante i lavori c'è stata una variante molto importante, abbiamo dovuto ridisegnare l'intero edificio. È stata determinata da tante situazioni marginali e da una sostanziale: il committente ci ha chiesto di trasformare gran parte degli spazi destinati a uffici del palazzo in spazi espositivi. Questo ha comportato una revisione complessiva dell'intero progetto. Poi purtroppo per poter inaugurare il palazzo in tempo abbiamo dovuto negli ultimi mesi semplificare alcune cose. Alcune parti del progetto non sono ancora terminate, tanto che stiamo cercando di capire con imprese e committente come chiudere la realizzazione. Questa è un'opera importante per Expo ma soprattutto per la Milano che verrà: è l'unica opera che ufficialmente rimarrà dopo il 31 ottobre». Quale padiglione straniero l'ha colpita da un punto di vista architettonico? «Quello del Giappone, del Cile, del Brasile. Sono opere totalmente diverse dalla nostra perché sono effimere, durano sei mesi, vivono per Expo. Il palazzo italiano è invece qualcosa di più serio». Ha notato tendenze, spunti che rimarranno? «Tutto l'Expo. La sostenibilità, legata al cibo ma estesa all'architettura, è sostanziale per l'oggi e ancora più per il futuro. Credo che una delle cose più divertenti che si possano fare sia percorrere Expo e vedere la qualità architettonica, uscire e fare un giro intorno: quello che c'è intorno è quello che abbiamo realizzato in Italia negli ultimi trenta, quaranta anni: un disastro. Per questo bisogna riscoprire la bellezza e ripartire da qui». ©RIPRODUZIONE RISERVATA