METADATI I LATI OSCURI DEI DRONI

di FABIO CHIUSI C'è dell'inumano nell'idea di ordinare la morte a mezzo drone accontentandosi, come gli Stati Uniti del Nobel per la Pace, Barack Obama, della «quasi certezza» di evitare i «non combattenti». Prima di tutto perché quell'incertezza ha un costo, che si può e si deve misurare in vite umane. La cifra esatta è ignota, perché la "sicurezza nazionale" consente alla Casa Bianca di ammantare il programma di segretezza, ma diverse organizzazioni quantificano i morti civili, la carne di quel «quasi», nell'ordine delle centinaia. Tra loro, lo abbiamo appreso nei giorni scorsi, c'è Giovanni Lo Porto, ma ci sono soprattutto vittime non occidentali che - in quella che secondo Glenn Greenwald è l'essenza della propaganda dei fautori della "Guerra al Terrore" - tuttavia scompaiono: non ne sappiamo nulla, non ci indignano e non sembrano comunque avere diritto ad alcuna conferenza stampa di scuse. Ma ci sono altri motivi per dubitare che le cose possano procedere come hanno fatto finora, senza massicce iniezioni di trasparenza, e - chiede Trevor Timm sul Guardian - controlli indipendenti. Scrive Gianfranco Bangone ne "La guerra al tempo dei droni" (Castelvecchi) che il problema si è peraltro aggravato da quando, nel 2004, i velivoli senza pilota - ma con armi - hanno cominciato a sorvolare i cieli iracheni: «Quando Obama arriva alla Casa Bianca il numero delle vittime cresce» rispetto all'amministrazione Bush, si legge, toccando il picco a quota 849 morti nel 2010. E dire, nota ancora Bangone, che «il dato finale può essere sottostimato» perché «spesso i droni attaccano convogli in zone disabitate, e in special modo sui passi di confine tra Pakistan e Afghanistan, per cui è difficile che queste notizie arrivino ai media». Tuttavia, «complessivamente possiamo dire che in nove anni le vittime dei droni nei territori tribali potrebbero essere state tra 2.065 e 3.404 - a seconda delle fonti che si consultano - e che circa un 10-15% di questo totale sarebbe rappresentato da civili». C'è poi da comprendere come le autorità Usa giungano alla formulazione di quel «quasi». E non possono non tornare alla mente le parole dell'ex capo della Nsa, Michael Hayden: «We kill people based on metadata», uccidiamo sulla base dei metadati raccolti. Cosa significhi, ce l'ha spiegato l'archivio Snowden grazie al lavoro di The Intercept: sono i dati delle comunicazioni tra terroristi - o meglio, sospetti di terrorismo - a dirigere il fuoco dei droni. Il che significa, dice un ex operatore, che «una volta che la bomba è caduta, sai che un telefono è nei paraggi, ma non chi lo stia reggendo. Di certo l'assunto è che appartenga a un combattente nemico», ma non sempre è così. «Potrebbero essere terroristi, o magari membri della sua famiglia che non hanno niente a che fare con le sue attività». Si è certi di colpire, insomma, ma solo «quasi» certi di non colpire che il bersaglio. Ammesso sia lecito, naturalmente: il presidente ribadisce che è tutto entro precisi limiti di legge, ma di fatto i "signature strike", come quello che ha ucciso tra gli altri Lo Porto, continuano a verificarsi. E cosa sono quegli attacchi se non l'ammissione che gli Usa non sanno nemmeno chi stanno condannando a morte da migliaia di chilometri di distanza, all'interno di quello che sembra una "simulazione", un videogioco? È l'ennesimo effetto deleterio del consegnare le chiavi del controllo del mondo a software di sorveglianza di massa: sono loro a raccogliere i dati, analizzarli e verificarne la rispondenza con modelli preimpostati di comportamenti sospetti, tenuti anche solo «da persone associabili a organizzazioni terroristiche», e anche qualora siano cittadini statunitensi, per cui il Quinto Emendamento, e quindi il principio del giusto processo al posto dell'esecuzione sommaria, non vale. È questo il lato oscuro, tragico della nostra fede nell'automazione. Nell'idea, folle, che basti a eliminare qualunque pericolo dalla sfera dell'esistente. E che se ciò significa il sacrificio di esseri umani innocenti, beh, ne siamo profondamente addolorati. ©RIPRODUZIONE RISERVATA