L’insurrezione e l’alba della democrazia
di Roberto Lodigiani Sono trascorsi settant'anni da quei giorni insieme formidabili e drammatici, felici e tragici, della Liberazione. La fine della guerra, una guerra lunga e rovinosa che ha seminato lutti e distruzioni nella provincia di Pavia e nel Paese intero, porta con sè, inevitabilmente, un ultimo corollario di morti e di violenze, tanto più in un'Italia settentrionale che esce da venti mesi di una feroce guerra civile. Ma è anche l'alba della democrazia, il ritorno alla pace, alla legalità, alla libertà di parola e di espressione, dopo le tenebre del ventennio mussoliniano. Pavia e la sua provincia si scuotono dall'oppressione nazifascista sotto la spinta impetuosa dei partigiani dell'Oltrepo, spina dorsale del movimento di Liberazione, che scendono come un fiume in piena dalle montagne, entrano nelle città occupando i centri del potere, disarmano i tedeschi e i loro fiancheggiatori fascisti, chiudono i conti - come vedremo - con il duce e i suoi ultimi pretoriani. L'insurrezione scatta mentre le armate alleate, superato lo sbarramento della Linea gotica (la catena di fortificazioni lungo l'appennino tosco-emiliano che per quasi un anno ha trattenuto gli angloamericani) si avvicinano al Po e si attrezzano per guadarlo. E' una corsa contro il tempo, la Resistenza vuole arrivare per prima nelle grandi città sia per una questione di prestigio, ma soprattutto perchè questo significherebbe il coronamento dei lunghi mesi di lotta in montagna, garantendo al Cln e ai partiti che lo compongono ulteriore spessore politico. La Liberazione, dunque, è una festa di popolo, ma anche guerra vera. Non tutti i nemici sono pronti a cedere le armi senza combattere, ci saranno ancora morti, feriti, lutti. I partigiani dell'Oltrepo sono organizzati in quattro divisioni: le garibaldine Aliotta (che comprende le brigate Capettini, Crespi, Matteotti, Pisacane, Cornaggia) e Gramsci (brigate Casotti, Gramigna, Togni, Sandri, Balladore); la giellista Masia (brigate Tundra, Sterzi, Milazzo-Deniri, Piumati, Po) e la matteottina Barni (brigate Carini, Pizzi, Bellarosa e Vercesi); il comando unificato è affidato a Italo Pietra, ufficiale dell'esercito ed ex agente del Sim, il servizio informazioni militare; a capo dell'Aliotta c'è Americano (Domenico Mezzadra), la Gramsci è guidata da Maino (il conte Luchino Dal Verme), la Masia da Capitan Giovanni (Giovanni Antoninetti) e la Barni da Fusco (Cesare Pozzi). Il movimento partigiano dell'Oltrepo ha una forza e una credibilità tali che il Cln Alta Italia (Clnai) ordina alle sue brigate di liberare non solo i centri principali della provincia e il capoluogo Pavia, ma anche di proseguire l'avanzata verso Milano intercettando le truppe tedesche in ritirata e catturando e disarmando quanti più fascisti possibile. La Aliotta scende in valle Staffora, libera Voghera e spedisce la brigata Crespi - sua punta di lancia - oltre il Po, in direzione di Pavia e poi di Milano; la Gramsci prende Casteggio dopo duri scontri con il forte presidio della Wehrmacht, entra a Pavia per poi riunirsi alla Crespi a Milano, liberata il 27 aprile diversi giorni prima del sopraggiungere delle avanguardie alleate; la Masia attacca a Cigognola e Broni i presidi della Sichereits, la temuta e famigerata milizia paramilitare agli ordini del colonnello Fiorentini, quindi attraversa il Po e a sua volta converge su Pavia e Milano; la Barni scende la Val Versa, entra a Stradella, rastrella il Basso Pavese, invia colonne verso i centri maggiori e cattura Fiorentini mentre tenta di superare il Po con il traghetto, confuso tra altri sbandati in fuga. La Resistenza ha i suoi ultimi caduti: a Casteggio perdono la vita in combattimento Franco Anselmi, capo di stato maggiore della Gramsci e Mario Sforzini, a Voghera, Franco Quarleri, vicecomandante della Masia e il civile Franco Barbieri. Vigevano deve fare i conti con due treni blindati nazisti irti di cannoni e mitragliatrici. Il convoglio in arrivo da Genova carica numerosi soldati a Mortara, supera il ponte di Gambolò e si dirige verso la stazione della città ducale. I tedeschi sono decisi ad aprirsi la strada verso il Nord se necessario cannoneggiando e mettendo a ferro e fuoco Vigevano con i loro grossi calibri; i partigiani delle sap e i civili insorti altrettanto determinati a sbarrare loro la via della ritirata. Sono momenti drammatici, nei quali emerge la figura di Mario Colombi, comandante della brigata Leone: originario di Montecalvo Versiggia, località collinare sopra Stradella, Colombi nel 1938 si è stabilito a Vigevano; ha poi combattuto in Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale, è stato fatto prigionieri dai partigiani di Tito, quindi rilasciato e rimpatriato. Colombi dirige la battaglia contro i nazisti: uno dei due treni viene spinto su un binario morto e fatto deragliare, nello scontro durissimo che ne segue i tedeschi sono costretti alla resa, ma con un prezzo elevato. Due giorni dopo, però, si presenta alle porte di Vigevano un consistente reparto corazzato tedesco che ottiene il rilascio dei prigionieri e il via libera. Il 1° maggio arrivano gli americani, la guerra è finita. Una sorpresa sgradita, intanto, attende i partigiani dell'Oltrepo che si avvicinano a Pavia. Qualcuno è più svelto di loro e dei rappresentanti del Cln, e si impadronisce delle leve del potere prima che le brigate conquistino la città. Quel qualcuno è il colonnello Angelo De Matteis, enigmatico e ambiguo personaggio, sospettato di essere un agente dei servizi segreti e di collusioni con le autorità fasciste della repubblica di Salò. De Matteis, romano di Terracina, occupa la prefettura alla testa delle sedicenti "forze luogotenenziali" che si richiamano direttamente al reggente Umberto II di Savoia, mentre a dare mano forte ai partigiani impegnati contro gli ultimi gruppi armati tedeschi e fascisti si schierano anche i carabinieri e gli uomini della Guardia di finanza. La battaglia si accende in particolare al ponte del policlinico, dove una colonna tedesca tenta di sfondare ma poi si ritira verso Abbiategrasso. Fiorentini paga con la morte le torture e le crudeltà di cui si è macchiato: viene fucilato alle Piane di Pietragavina dopo essere stato trascinato in una gabbia e mostrato alla folla (un escamotage, si disse, per evitarne il linciaggio e non per esporlo come una belva da circo). A Milano, Pietra e Dal Verme selezionano i dodici partigiani - per lo più della Crespi - che devono scortare il colonnello Valerio fino a Dongo per eseguire la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi della Rsi catturati mentre tentavano la fuga verso la Germania. Sull'uccisione del duce si è scritto tutto e il contrario di tutto a proposito di mandanti, esecutori materiali, contesto. Un giallo che probabilmente non verrà mai chiarito fino in fondo; è verità storica, invece, che a comporre il plotone di esecuzione dei gerarchi sul lungolago di Dongo furono i ragazzi dell'Oltrepo comandati da Riccardo, il toscano Alfredo Mordini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA