I pm di Catania: «Uccisi a bastonate prima del viaggio»
di Fiammetta Cupellaro wROMA A raccontare al mondo l'orrore in cui stanno vivendo migliaia di persone ammassate sulle coste libiche sono i magistrati della procura distrettuale di Catania. Da giorni, stanno indagando sulla strage di migranti durante il naufragio accaduto tra sabato e domenica davanti alle coste libiche. Dalle testimonianze dei 28 superstiti, emergono gli «atti di inumana violenza» a cui vengono sottoposte le persone che vogliono imbarcarsi per scappare dall'Africa e dal Medio oriente. Perché, si è scoperto grazie all'inchiesta, che non ci sono solo le centinaia di vittime del naufragio considerato la più grande tragedia dell'immigrazione dal dopoguerra, ma molti migranti sono morti addirittura prima di mettersi in viaggio. Picchiati fino alla morte perché «non ubbidivano agli ordini dei trafficanti», oppure uccisi, come un ragazzo giovanissimo, solo «perchè si era alzato dal gommone senza permesso». Freddato e gettato in mare. In un clima carico di tensione si è svolta ieri a Catania l'udienza di convalida del fermo dei due presunti scafisti del peschereccio affondato al largo della Libia e cha ha causato la morte di circa 750 persone: Ali Malek Mohammed, tunisino, ritenuto "il comandante", e Bikhit Mahumud siriano indicato come membro dell'equipaggio. I due si proclamano innocenti, ma decine di persone li inchiodano: «Il primo aveva una cabina a sua disposizione. Era armato e aveva un bastone in mano per controllare i migranti». I racconti dei testimoni collimano, perfino quelli di due ragazzini che li hanno accusati senza tentennamenti. I particolari raccolti dai pm durante gli interrogatori sono stati confermati dai rilievi fatti dagli investigatori. Le dichiarazioni rese dai sopravvissuti concordano, sono considerati attendibili, i riscontri chiari. Il gip Rosa Alba Recupido che dovrà decidere se far restare in carcere i due uomini si è presa ventiquattro ore di tempo per decidere. Aspetta l'interrogatorio di altri cinque superstiti che verranno ascoltati questa mattina in sede di incidente probatorio, per cristallizzare le prove. Nei prossimi giorni ci sarà anche la ricognizione del relitto. Intanto, emergono i particolari agghiaccianti che descrivono «il clima di sopraffazione e violenza che ha preceduto l'imbarco» scrivono i magistrati in una nota. I superstiti hanno descritto «una fattoria nei pressi di Tripoli dove inizialmente sono stati concentrati gli immigrati in attesa dell'imbarco. Complessivamente tra le mille e milleduecento persone. Poi, il trasferimento a bordo di furgoni fino alla costa dove, attraverso un gommone, sono saliti sul peschereccio «stipato fino all'inverosimile» con mamme e figli chiusi a chiave nella stiva. Ma durante la permanenza in quella fattoria, la vita è stata al limite della schiavitù per gli uomini, le donne e i bambini. «Alcuni sarebbero stati picchiati selvaggiamente con bastoni». Botte che «avrebbero causato alcuni decessi, altri sarebbero morti di stenti». Poi, il viaggio terminato con l'affondamento dell'imbarcazione a poche miglia dalla costa libica. Risulta confermata la dinamica del naufragio dovuta alla manovra sbagliata del comandante del peschereccio e al sovraffollamento, mentre i magistrati stanno verificando quanto dichiarato dai migranti che hanno parlato della «presenza, poco prima delle partenza, di personale libico indicato come "poliziotti" che avrebbero ricevuto soldi». E ieri a Malta, davanti al ministro dell'Interno Alfano, si sono svolti i funerali delle uniche 24 vittime recuperate dal naufragio, le altre centinaia rimarranno sepolte in fondo al Mediterraneo. L'orrore però non ferma la disperazione. Ieri 447 persone che si trovavano a bordo di un peschereccio intercettato al largo della Grecia sono sbarcati ad Agusta in Sicilia. Provenivano dalle coste egiziane. Fermati sei presunti scafisti, hanno tra i 21 e i 31 anni. Hanno tentato di confondersi con i migranti. Inutilmente, nessuno li ha difesi. Li hanno tutti indicati come «i trafficanti». ©RIPRODUZIONE RISERVATA