Un falso tesserino per superare il varco “riservato”

di Maria Rosa Tomasello wROMA Per entrare in uno degli edifici più sorvegliati di Milano con una pistola e due caricatori, alle 9,19 di ieri, a Claudio Giardiello è sufficiente uno stratagemma. Le immagini registrate da una telecamera di sorveglianza lo mostrano mentre esibisce un documento di riconoscimento, probabilmente un tesserino da avvocato, falso, agli addetti alla sicurezza che sorvegliano l'ingresso di via Manara. È l'accesso al palazzo di giustizia dedicato a magistrati, avvocati, forze dell'ordine e dipendenti, dove non è installato alcun metal detector e dove si entra, come chiarisce un cartello, «previa esibizione del tesserino». A vigilare sull'ingresso riservato, così come sugli altri tre ingressi del tribunale (corso di Porta Vittoria, via Freguglia e via San Barnaba) è il personale di due società private, a cui è appaltato il controllo dell'edificio. Ma con una significativa differenza che, poche ore dopo la strage, i sindacati ricordano di aver più volte denunciato. «La Allsystem opera con personale armato ai varchi presidiati con il metal detector - spiega Enrico Doddi, segretario nazionale Ugl sicurezza civile - la Securpolice invece lavora in questo sito con personale non armato, una scelta fatta, non solo a Milano, dai Comuni che hanno appaltato il servizio per contenere le spese. Ma com'è possibile che all'ingresso di un palazzo di giustizia ci sia personale non armato?». L'allarme, sottolinea, era già stato lanciato in passato: nel 2011 infatti il caso era finito al centro di un contenzioso perché le associazioni di guardie giurate avevano contestato la scelta di usare uomini disarmati. Una situazione «grave» che, ricorda Mario Ricci, presidente del Sindacato indipendente degli agenti di polizia privata Sia-Confsal, «era già stata denunciata nel novembre 2013 sia alla magistratura che all'amministrazione comunale, ma mai risolta». Con scelte fatte, sostiene, «in violazione della legge, dal momento che il ministero dell'Interno ha precisato che la vigilanza di obiettivi sensibili deve essere affidata a guardie giurate armate qualora non vi provvedano le forze dell'ordine». Nella mattina del suo giorno di ordinaria follia, dunque, Giardiello entra senza ostacoli nel palazzo in cui ogni giorno passano 4-5 mila persone: ha il vantaggio di aver scoperto un "buco" nel sistema di sorveglianza, nonostante il procuratore Edmondo Bruti Liberati parli di un meccanismo che presenta falle «ma che finora ha sempre funzionato». Dunque l'imprenditore mostra il documento contraffatto e viene lasciato passare. Subito dopo essere entrato supera un presidio dei carabinieri sovrastato da una telecamera, quindi si dirige verso le scale. Arrivato al terzo piano va verso l'aula dove si trovano le sue vittime e fa fuoco, uccidendo l'avvocato Lorenzo Claris Appiani, e un suo coimputato, Giorgio Erba, prima di spostarsi al secondo piano e freddare il giudice Fernando Ciampi. All'interno dell'edificio di solito si trovano anche carabinieri che controllano i piani quando vengono celebrate le udienze, ma le aule solo presidiate solo quando sono presenti imputati sottoposti a misure cautelari. Nessuno ferma il killer, che lascia il palazzo, probabilmente usando lo stesso accesso da cui è entrato. Una dinamica che ora spinge molti a chiedere una revisione delle misure di sicurezza. A Milano, luogo della tragedia, come altrove, perché falle nella sicurezza emergono ovunque. A Genova ieri un uomo di 63 anni imputato in un processo è stato intercettato dal metal detector con un coltellino nella borsa e denunciato. Ma a Bologna, per esempio, in poco più di due anni sono stati 60 i coltelli scoperti e sequestrati a persone che entravano in procura, mentre a Siena il metal detector c'è da tempo. Ma non funziona. ©RIPRODUZIONE RISERVATA