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(segue dalla prima pagina) ad agire sono forti sia nell'opinione pubblica che nella classe politica. Il motivo lo si può ben cogliere andando a vedere di cosa esattamente si tratta. Per l'Istat (glossario, Conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche) la pressione fiscale è il «rapporto tra la somma di imposte dirette, imposte indirette, imposte in conto capitale, contributi sociali e il prodotto interno lordo (Pil)». Detto politicamente, è il costo dello Stato in termini di spesa pubblica; dunque, pure il costo del consenso elettorale che da essa si genera. In altri termini, è difficile ridurre la pressione fiscale perché è arduo tagliare la spesa pubblica a causa dei voti che garantisce. Non a caso il peso delle tasse permane; anzi, come visto, tende a crescere. A dirla tutta, è un po' il cane che si morde la coda. Anche se, va riconosciuto, lo choc da pressione esterna (la globalizzazione, appunto) ha portato la coscienza collettiva a comprendere come il macigno della spesa pubblica vada affrontato: non a caso di qui sono nati i discorsi sulla spending review; anche se poi insabbiati perché altrimenti avrebbero comportato, come prima detto, perdite di consenso. Contro, però, c'è l'urgenza a mettervi mano, salvo non voler vedere morire per strangolamento le parti più vitali della nostra economia. Pertanto, oggi la questione della pressione fiscale è la questione politica più rilevante del Paese. Con due corollari: il primo è che il livello di pressione fiscale, per sua definizione essendo una media nazionale, nulla dice sulla sua distribuzione tra le diverse parti del corpo sociale. La qualcosa significa che agire su di essa implica, tra i conflitti possibili, pure quello distributivo; altro motivo che induce i governi al poco intervenire. Il secondo corollario è che è illusoria l'idea, per quanto elettoralmente possa essere allettante, di anteporre ai tagli di spesa forti tagli d'imposte (come suggerisce ad esempio la narrazione sulla flat tax o imposta progressiva) nella speranza che questi, stimolando l'economia, consentano tali incrementi di gettito fiscale da poter evitare i politicamente dolorosi tagli di spesa. No, perché, anche ammettendo che i tagli d'imposte possano produrre gli incrementi di gettito sperati, ciò sarà sempre ex post (anni dopo); con il rischio, nel frattempo, di trovarsi delle voragini di bilancio pubblico tali da far saltare il "banco fiscale" del Paese. Quindi, per evitare che l'Istat anno dopo anno certifichi l'aumento della pressione del torchio fiscale, c'è una sola via: mettere mano alla spesa pubblica. Conseguentemente, il dato sul costo dello Stato rilevato dall'Istat, oltreché allarmante per l'economia, è una questione in toto politica. Perché riguarda le scelte di allocazione delle risorse proprie alla politica di bilancio; ovvero, della politica tout court. Cui aggiungere la questione, delicatissima: ovvero che la spesa pubblica - per la parte salari, pensioni (salvo la quota coperta dai contributi sociali) e interessi passivi sul debito pubblico - esprime i cosiddetti diritti acquisiti, cioè una materia assai difficile da maneggiare. Per questo, la speranza di poter tagliare la spesa per abbassare la pressione fiscale poggia in gran parte sulle possibilità di una rediviva caccia alle inefficienze attraverso la spending review; altrimenti, l'alternativa sarebbe tra pressione fiscale e conflitto sociale: insomma, un'opzione drammatica. In ragione di ciò, la rilevazione dell'Istat sulla pressione fiscale indica, più che un dato numerico, una gigantesca questione politica. E ci vuole coraggio per risolverla. Francesco Morosini