l’intervista
PAVIA Questa sera alle 21 al collegio Nuovo di Pavia, in via Abbiategrasso 404, incontro con Caterina Chinnici, magistrato e parlamentare europea del Pd, figlia del giudice Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia nel 1983. Tema della serata, condotta da Dario Mantovani dell'Università di Pavia, "Nel codice c'è tutto", una frase cara al papà di Caterina. Onorevole Chinnici, cosa intendeva suo padre con la frase "Studia con il codice, nel codice c'è tutto"? «Fin da piccola, dai tempi dell'asilo, sono sempre stata abituata a studiare in autonomia. Mio padre era un padre presente ma discreto, non ha mai ingerito nel mio studio. Il suo consiglio era di studiare in maniera concreta, immaginando l'applicazione della norma nei casi reali. Un suggerimento che mi è stato molto utile: ricordo che al secondo giorno del concorso da magistrato mi trovai a dover svolgere un tema molto selettivo, su un argomento non codificato. Una traccia difficile, ma partendo dagli articoli del codice sono riuscita a costruire il ragionamento giuridico alla base del mio tema». Quanto ha contato l'influenza di suo padre nella scelta di fare il magistrato? «Posso dire di aver fatto il magistrato proprio a causa di mio padre. Ho respirato questo mestiere dalla nascita. Mio padre mi ha trasmesso una grande lezione: il saper svolgere questo mestiere bellissimo conservando al tempo stesso l'umanità e il rigore delle norme. Da piccola andavo nel suo ufficio, ricordo quando era Pretore: la porta era aperta per tutti, sapeva aiutare e confortare chiunque». Quanto riconosce della lezione di suo padre nel suo modo di intendere il lavoro di magistrato? «Ho sempre cercato di pensare con la mia testa: ho costruito il mio percorso in autonomia, scegliendo liberamente le funzioni e i passaggi di carriera. Col tempo però mi sono reso conto che ripropongo sempre il modello di mio padre, la sua attenzione e sensibilità alla persona è sempre stata la mia bussola». A distanza di più di trent'anni quanto è ancora rivoluzionaria l'intuizione di suo padre di costituire un pool di magistrati per contrastare più efficacemente la mafia? «E' è stata un'idea assolutamente rivoluzionaria. Un'intuizione, alla prova dei fatti, avanti di anni rispetto all'epoca in cui il pool è nato. L'esperienza del pool ha posto le basi per quella collaborazione tra magistrati che è fondamentale nelle indagini antimafia. Dall'esperienza di coordinamento del pool discende tutta la tradizione dell'anti-mafia venuta in seguito, fino alla Direzione nazionale antimafia. Ai tempi di mio padre risalgono le prime indagini bancarie, i sequestri dei beni ma anche la volontà di andare nelle scuole per diffondere la cultura della legalità. Un'esperienza fondamentale, quella del pool, che ha portato anche alla legge Rognoni- La Torre e alle confische di beni dei mafiosi. La lezione di mio padre è attuale quanto mai ancora oggi». Ai tempi dell'uccisione di suo padre lei, a differenza dei figli di altre vittime di mafia, era già adulta. Era dunque in grado di percepire il clima pesante dell'epoca. Temeva per la vita di suo padre? «Sì. Mio padre cercava di tenerci al riparo dai timori, dal clima di minacce che si addensava intorno a lui, ma io (che ero la più grande tra le mie sorelle) e mia madre ce ne accorgevamo benissimo comunque. Negli ultimi tempi ricordo quel sorriso buono, che da sempre caratterizzava mio padre, velato sempre più di tristezza. Lui cercava di risparmiarci le sue paure, correva a rispondere al telefono prima di noi ma capivamo benissimo dal modo in cui parlava e come chiudeva la conversazione che si trattava di telefonate di minacce. Per parte nostra, in casa cercavamo di mantenere un clima il più possibile sereno. Casualmente mi trovavo con mio padre quando ricevette la telefonata che gli annunciava l'assassinio del generale Dalla Chiesa: sul suo volto ho visto dipingersi la consapevolezza, subito trasmessa a me, che il prossimo sarebbe stato lui». Quanto è diversa, e quanto è simile, la mafia odierna rispetto alla mafia che le ha rubato suo padre? «La mafia si trasforma e rimane uguale a sé stessa, diceva mio padre. La mafia di oggi non è più la mafia militare degli agguati e delle stragi, è una mafia che non spara più. La mafia attuale si infiltra, coltiva rapporti oscuri con la politica e la pubblica amministrazione. E', ovviamente, una mafia molto più difficile da individuare e combattere». Lei ha diretto la procura dei minori, prima a Caltanissetta e poi a Palermo. Quali sono le sfide più delicate che un magistrato si trova a doversi occupare di minori in Sicilia? «Trattando questi casi, l'applicazione della norma va sempre coniugata con un'attenzione particolare alle peculiarità del minore. Negli Anni '90 ci siamo trovati ad affrontare il fenomeno di minori coinvolti in reati di criminalità organizzata, un fenomeno massiccio e drammatico oggi fortunatamente diminuito. I minori, in Sicilia, sono coinvolti in vicende drammatiche: penso ai minori stranieri non accompagnati, arrivati in Italia con i famigerati barconi. Minori che, in molti casi, hanno perso i genitori nella traversata. Il nostro compito è vigilare con particolare attenzione su questi individui per evitare che finiscano avvolti nella rete dello sfruttamento sessuale o della piccola criminalità, ad esempio lo spaccio, o ancora del traffico di organi». Quali consigli darebbe a un laureando in giurisprudenza che stesse accarezzando l'idea di intraprendere una carriera in magistratura? «Il consiglio fondamentale è di impegnarsi sempre, a fondo. Quello del magistrato è un lavoro bellissimo: si lavora al servizio della giustizia, per ripristinare il diritto. A un giovane direi di inseguire questo obiettivo con determinazione e costanza: il concorso da magistrato è serio e difficile, ma non bisogna mai smettere di credere nel proprio sogno». Dal 2013 lei ha accantonato la professione di magistrato per servire lo Stato in un'altra veste: quella del politico, prima come assessore regionale e poi come europarlamentare. Perché? «Ho messo da parte la toga, con dispiacere, per dedicarmi al servizio dello Stato in un ambito diverso: come parlamentare europea lavoro nelle commissioni giuridiche penali, contribuendo alla formazione delle leggi. Credo che un magistrato possa fornire un buon contributo alle istituzioni anche ricoprendo una carica elettiva, a patto che rimanga nei settori di sua competenza. Un magistrato può offrire un servizio utile rimanendo all'interno del quadro giuridico. Contribuendo a scrivere leggi che non siano solamente buone ma anche efficacemente applicabili. E' un problema comune, quello di norme sulla carta ottime che si rivelano contraddittorie o inapplicabili. Un magistrato, grazie all'esperienza, dovrebbe essere in grado di scongiurare queste eventualità fin dalla fase di formazione delle leggi». Riccardo Catenacci