L’OPINIONE
(segue dalla prima pagina) è incompatibile con comportamenti privati che sfruttano quel ruolo per procurarsi favori e vantaggi. Nelle stesse ore in cui scoppiava il caso Lupi, in Gran Bretagna un europarlamentare si dimetteva solo per una nota spese gonfiata al bar. E sono arcinoti gli esempi in Europa di politici che si sono fatti da parte per aver copiato la tesi, o per essersi fatti rimborsare dei sigari o una cassetta porno. Da noi, figuriamoci, uno che quand'era premier si è riempito la casa di prostitute sostiene di essere vittima di una macchinazione dei giudici. Cosucce veniali, spiegano i difensori a oltranza di Lupi. Sarà. Ma definire modesto orologetto un Rolex da 3.500 euro, significa non sapere che vuol dire tre volte la busta paga di un operaio. Né si vede perché un sarto debba andare a prendere le misure al figlio del ministro nella sede di partito, per giunta per un lavoro fatto gratis, per giunta prendendosi i rimbrotti per la qualità del prodotto. E infine, per quale motivo un politico deve sentirsi autorizzato a far sistemare il rampollo a colpi di telefonate, oltretutto venendo esaudito nel giro di poche ore? Tutto questo sarebbe stato consentito al signor Lupi Maurizio, se fosse rimasto uno qualunque anziché passare da un incarico all'altro, comunque ben remunerato? Purtroppo, il guaio è che non si tratta di una vicenda singola. Negli anni, si è venuto accumulando uno scandaloso spread tra i comportamenti pubblici e l'etica comune: una voragine nella quale sono precipitati e precipitano uomini di partito e delle istituzioni, ma anche imprenditori, professionisti, dirigenti, capiufficio e giù fino agli uscieri; perfino monsignori che confondono l'altare con la scrivania, da cui dispensare singolari preghiere "pro domo sua". Assumete fratres: mio nipote. Sto infrangendo ogni regola umana e divina, spiega (ridendoci su…) Stefano Perotti, l'ingegner pigliatutto degli appalti. Peccato che non importi a nessuno. Ogni gara pubblica diventa così una greppia per guadagnare soldi, posti, benefici. C'è gente che sghignazza di fronte a un terremoto e ci brinda pure sopra, perché ci può lucrare alla grande. E c'è chi teorizza che il mercato clandestino degli immigrati è più remunerativo e meno pericoloso di quello della droga. Giudici seri come Carlo Nordio spiegano da tempo, ma invano, che le leggi attuali, anziché contrastare la corruzione, la favoriscono. Eppure tutto resta come prima. Sull'altra sponda di questa Roma ridotta a verminaio, papa Francesco sta ripulendo secolari incrostazioni della Chiesa: è entrato con forza nei conti economici, ha sostituito personaggi imbarazzanti, in questi giorni ha tolto la porpora a un cardinale reo di abusi sessuali. Vuol dire, semplicemente, che se si vuole si può, anche su strade impervie. C'è chi invece preferisce affidarsi alle scorciatoie con accesso riservato, che conducono al dispensario dei favori e dei privilegi. E per giunta, si indigna dell'indignazione altrui: senza provarne neppure vergogna. Perché senza saperlo si ispira a una vecchia ma sempre valida battuta su certi politici: come farà a sentirsi la coscienza sempre pulita? Semplicissimo. Basta non usarla.