l’opinione

(segue dalla prima pagina) Esso aumenta poi la liquidità nel sistema economico e diminuisce il saggio di interesse, il che rende più agevole l'accesso al credito alle imprese e quindi stimola gli investimenti. Produce inoltre un "effetto ricchezza", facendo aumentare il valore dei titoli emessi a saggi fissi più elevati e quindi stimolando maggiori consumi da parte dei risparmiatori che possiedono quei titoli. Allevia al contempo l'onere per i debitori che sui nuovi prestiti e sui vecchi prestiti indicizzati potranno pagare interessi minori, oltre che restituire il capitale ricevuto con moneta un po' svalutata: per lo Stato italiano, grande debitore, si calcola un risparmio di interessi di 6 miliardi già nel 2015 e di 8 miliardi nel 2016, una mezza manovra risparmiata. Ancora e soprattutto, il Qe indebolisce il cambio, rendendo più facile esportare e più costoso importare, stimolando quindi la produzione interna; e per fortuna non agisce nella presente congiuntura il contrappeso negativo delle importazioni di energia pagate in dollari, perché la forte caduta del prezzo di petrolio e gas assicura una diminuzione netta del costo dell'energia per l'Italia e quindi più possibilità di spesa per le famiglie e più competitività per le imprese. Naturalmente, i paesi produttori di petrolio stanno perdendo potere d'acquisto e quindi ridurranno le importazioni dall'Italia; e nel caso della Russia, ciò si somma alla caduta del nostro export generato dalle sanzioni per l'aggressione all'Ucraina; ma non ci sono dubbi che il saldo netto per le esportazioni italiane sarà ampiamente positivo. Basteranno tali effetti a rilanciare la crescita? Non è che si assisterà alla ripetizione in scala maggiorata dello scenario creato dalle precedenti e grandi iniezioni di liquidità attuate dalla Bce, che non hanno impedito un biennio deludente sotto il profilo della produzione e dell'occupazione? Domanda legittima, perché la teoria economica insegna che la politica monetaria espansiva può solo creare le condizioni permissive per la crescita ma che l'apporto decisivo, il vero e proprio traino dell'economia, viene dalla politica di bilancio. Questa volta, tuttavia, si ha un intreccio di condizioni monetarie e reali che induce a pensare che il 2015 sarà davvero l'anno della ripresa. Il problema residuo è quanto intensa e quanto lunga la ripresa. Lo stesso Draghi raccomanda all'Europa di non attenuare lo sforzo per le riforme e per gli investimenti. Ciò vale in particolare per l'Italia che deve affrontare problemi strutturali e non solo congiunturali : con un gioco di parole, noi dobbiamo aggiungere al Quantitative Easing monetario un nostro Qualitative Easing, un alleggerimento strutturale che contempli la riforma della spesa pubblica, della tassazione, della burocrazia e della giustizia. E abbiamo bisogno di fare investimenti anche in deroga transitoria ai vincoli europei, ottenendo una maggiore flessibilità. Insomma, le riforme da fare per noi non sono cambiate. Ma ora la provvidenziale politica di Draghi ci assicura che, se riusciamo a realizzarle, il successo è certo.